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ARTISTI IN LIBRERIA



LIVIO CESCHIN: 6 OTTOBRE 2016 - 7 MARZO 2017


Livio Ceschin è incisore affermato e da sempre dialoga con i libri, gli scrittori, i poeti di tutto il mondo e di tutti i tempi, Mario Rigoni Stern e Andrej Tarkovskij, Mario Luzi e Giuseppe Ungaretti, Andrea Zanzotto e Friederich Hölderlin, Sergej Esenin e Anna Achmatova. Li legge, li studia, li assimila e poi li fa parlare con i luoghi  che lui ritrae nei suoi fogli: i boschi e i campi del territorio intorno a  Pieve di Soligo (Treviso), dove l’artista è nato il 28 novembre 1962. Accanto ai versi compaiono i palù e i torrenti, le prode imbiancate di neve e le vecchie case abbandonate, i boschi e le vigne. E qualche volta i brani della letteratura ricopiati a mano si sovrappongono e si confondono con l’immagine di questi luoghi, diventano essi stessi parte dell’opera.

Livio Ceschin ha esposto, oltre che nelle principali gallerie italiane,  a Helsinki e ad Amsterdam, a Cracovia e a Lubiana e in Spagna. Dal 2002 fa parte della Royal Society of painter-Printmakers di Londra. 

«Ho avuto la grande fortuna di incontrare Livio quando è venuto a Londra per conoscere mio padre, lo storico dell’arte Ernst Gombrich», scrive di lui Richard Gombrich nel Catalogo della mostra. «Da quanto Livio aveva letto del lavoro di mio padre sull'arte, pensava che egli avrebbe apprezzato il suo gusto, il suo talento e la sua raffinatezza, e aveva ragione! Ha donato a mio padre due grandi incisioni, che ho ereditato, che sono orgoglioso di mostrare ai miei ospiti e che ho aggiunto alla collezione. Io e mio padre abbiamo anche apprezzato la sua modestia, una qualità che si accorda perfettamente con il suo lavoro».

E Paolo Coltro, nell’introduzione : «Sulla carta si depositano, fittissimi, segni come sillabe, uno dopo l’altro, a comporre un cantico pensoso, talmente pieno di pensieri che ti accorgi - stupito - che di questa materia son fatte le cortecce degli alberi, e l’erba, e l’acqua del palù, e un pensiero più grande li contiene tutti».

Particolarissimo il Catalogo, concepito da Lauretta Colonnelli, che è anche l'animatrice della serie: a ogni dipinto è abbinato il testo che ha ispirato l'opera o un testo che all’opera si sposa perfettamente.

Il volume, data la sua particolarità, sarà distribuito in tutte le librerie italiane.



Pubblicazione


LIVIO CESCHIN

a cura di Lauretta Colonnelli


A. T. ANGHELOPOULOS: 9 GIUGNO - 24 LUGLIO 2016


DISGUIDI DEL POSSIBILE
di Sabrina Consolini*

«Una libreria rappresenta il luogo dove è particolarmente auspicabile deporre la propria divisa mentale; una libreria è il luogo del confronto delle proprie idee con il mondo attraverso il dialogo e le pagine dei libri, il luogo dove, senza preconcetti, si può tornare a ragionare sulla condizione e sui bisogni dell'uomo». A.T. Anghelopoulos spiega così la scelta di esporre le proprie opere nella Libreria Clichy in Firenze.
L'artista, non a caso, ha creato due installazioni site-specific. Poste all'ingresso dello spazio espositivo, esse consentiranno, entrando, di lasciarsi alle spalle l'uniforme, cioè la divisa mentale. Una provocazione bella e buona, un chiaro invito a superare le convenzioni, i preconcetti, i giochi di ruolo. Appendere la divisa significa infatti accantonare, anche solo per qualche minuto, il sentimento di appartenenza, la devozione cieca al partito, alla fazione, all'idea dominante, al semplice opportunismo o alla «divina» convenienza per provare a ragionare, da uomini liberi, su tutto ciò che accade intorno a noi.
Già, l'uomo. Le opere di Anghelopoulos parlano della necessità di riscoprirne la bellezza, di liberarlo dagli oggetti di consumo dei quali può essere solo instancabile produttore o compulsivo fruitore, imprigionato nella ruota di un'esistenza meccanica e reso invisibile dalle statistiche.
A Firenze, che fu la culla del Rinascimento, Anghelopoulos espone le sue «Vite Interiori», una rivisitazione di alcuni famosi ritratti degli artisti rinascimentali. Di quei profili, Anghelopoulos mostra però il loro lato nascosto, quello mai visto, il lato del volto sottratto per secoli agli sguardi del mondo. Ingranaggi ed elementi estranei innestati sulle figure diventano simboli esteriori degli ingranaggi interiori dei personaggi, sono vita interiore e in alcuni casi contribuiscono a suggerire anche un movimento del tempo. Svelando la metà eternamente nascosta del volto, ideale metafora del mondo interiore dell'essere umano, l'intimo meccanismo - l'intimo teatrino - si rimette in moto e l'icona riprende vita con tutto il proprio bagaglio di segreti. Quei personaggi tornano effettivamente ad abitare lo spazio abbandonando la bidimensionalità, rivendicando un posto nella contemporaneità. Rivivono, finalmente padroni di sé quindi più autentici, l'anonimo «Giovane» di Cosmè Tura, gli «Sposi di Urbino» e il «Malatesta» di Piero della Francesca, Bianca Sforza le cui sembianze furono immortalate nel dipinto «La Bella Principessa», attribuito di recente a Leonardo da Vinci.
Le larghe campiture di colore del ciclo «Passages-Untitled» rievocano invece soglie, portali, varchi inaspettati che si aprono davanti all'osservatore. Opere che appaiono come una provocazione e al tempo come un'occasione di sosta, un invito a riprender fiato, a concedersi una riflessione, ad alzare gli occhi per fare un passo oltre i confini dell'ovvio e la superficie delle cose.
I «Planisferi» raffigurano una superficie terrestre ogni volta differente o la profondità del cosmo dove fluttuano altri mondi che si vorrebbero esplorare. Le superfici non hanno confini, l'universo non può avere recinti, come a suggerire che i confini sono tutti, soltanto, nella testa dell'uomo. In un'epoca in cui si costruiscono muri l'artista ci fa riflettere su quanto sia singolare l'idea che si possa diventare proprietari esclusivi di un territorio: come il moscerino che crede di possedere la banana sulla quale si è posato.
Anghelopoulos individua nell'imponente e mal gestito progresso tecnologico il rischio dell'omologazione culturale, dei linguaggi, dei comportamenti. Un unico grande occhio informatico si interpone costantemente tra le persone e la loro vita. Perduto il rapporto diretto con le fonti della cultura e con le persone, si attingono informazioni, ci si relaziona, praticamente si vive attraverso il web. Un'esistenza «mediata», trascorsa in pigra monofrequenza, limitata al rapporto uomo-tastiera, omologata e facilmente condizionabile.
«Verrà il tempo», avverte l'artista, «in cui nasceremo tutti perfettamente uguali, da donna oppure da uova, al caldo di una incubatrice. Scambiarsi uova sarà assai più pratico che affittare uteri».
Ed ecco il «Nido», che insieme alle «Vite Interiori», ai «Planisferi» e alla serie dei «Passages», propone una meditazione su quelli che Eugenio Montale ha definito i «disguidi del possibile»: i momenti in cui l'impossibile si realizza, l'imprevedibile diventa realtà. Anghelopoulos, lettore bulimico e ammiratore del grande studioso dei linguaggi George Steiner, come lui vuole «sognare contro il mondo e strutturare mondi che sono altri». A Firenze, che generò il Rinascimento, tutto è possibile: anche le speranze neo-umanistiche di un artista impegnato ad analizzare le fragilità del mondo contemporaneo.

* Sabrina Consolini, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre ed eventi culturali

 

A.T ANGHELOPOULOS

Vive e lavora a Roma. Da sempre gioca con l'arte. Frequenta i primi corsi di pittura a dieci anni e ancora giovanissimo, negli anni Ottanta, entra in contatto con alcuni affermati artisti nazionali, tra cui Gigino Falconi. Nel frattempo intraprende studi musicali e si appassiona alla fotografia, curandone tutte le fasi tecniche nel suo laboratorio semiprofessionale. 

Dopo gli studi classici e la parentesi accademica, torna a praticare le arti visive (pittura, installazioni) obbedendo all'ennesimo irresistibile richiamo della grande arte contemporanea e dei suoi percorsi più innovativi (Rothko, Klee, Magritte, Schifano, per citarne alcuni). Sensibile al richiamo dell'arte che si nutre della vita del mondo ma che, al contempo, è capace di "sognare contro il mondo e strutturare mondi che sono altri" (G. Steiner).
Diversi i soggiorni artistici nelle città europee, ma è negli Stati Uniti che rimane particolarmente colpito dagli artisti più rappresentativi del secondo dopoguerra.
A.T. Anghelopoulos è un artista concettuale che indaga, esplora, sperimenta. Nelle sue mani l'arte si fa strumento di riflessione sull'uomo e sulla società in cui questi vive ed opera. L'arte per A. è bellezza, riflessione, provocazione. L'artista diventa intermediario tra mondi, quello interiore e quello esteriore e tra il mondo terreno ed il trascendente. Le sue opere sono spazio di riflessione, parentesi intima e di dialogo con l'osservatore. La sua arte è stata più volte definita ad alto valore contenutistico e formale e sembra dare un'anima ai luoghi. Ha partecipato a numerose mostre collettive nazionali e internazionali. La consacrazione artistica e della critica è a Roma al Complesso del Vittoriano nella mostra a cura del Prof. Claudio Strinati.
Con l'opera Inner Life-Vita Interiore (ispirata all'opera La Bella Principessa attribuita di recente a Leonardo da Vinci, che è stata esposta in Italia durante l'Expo 2015 nella Reggia di Monza) A. è stato scoperto da Vittorio Sgarbi che lo ha voluto per la "Biennale di Milano-EXPO Milano 2015