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ARTISTI IN LIBRERIA



A. T. ANGHELOPOULOS: 9 GIUGNO - 24 LUGLIO 2016


DISGUIDI DEL POSSIBILE
di Sabrina Consolini*

«Una libreria rappresenta il luogo dove è particolarmente auspicabile deporre la propria divisa mentale; una libreria è il luogo del confronto delle proprie idee con il mondo attraverso il dialogo e le pagine dei libri, il luogo dove, senza preconcetti, si può tornare a ragionare sulla condizione e sui bisogni dell'uomo». A.T. Anghelopoulos spiega così la scelta di esporre le proprie opere nella Libreria Clichy in Firenze.
L'artista, non a caso, ha creato due installazioni site-specific. Poste all'ingresso dello spazio espositivo, esse consentiranno, entrando, di lasciarsi alle spalle l'uniforme, cioè la divisa mentale. Una provocazione bella e buona, un chiaro invito a superare le convenzioni, i preconcetti, i giochi di ruolo. Appendere la divisa significa infatti accantonare, anche solo per qualche minuto, il sentimento di appartenenza, la devozione cieca al partito, alla fazione, all'idea dominante, al semplice opportunismo o alla «divina» convenienza per provare a ragionare, da uomini liberi, su tutto ciò che accade intorno a noi.
Già, l'uomo. Le opere di Anghelopoulos parlano della necessità di riscoprirne la bellezza, di liberarlo dagli oggetti di consumo dei quali può essere solo instancabile produttore o compulsivo fruitore, imprigionato nella ruota di un'esistenza meccanica e reso invisibile dalle statistiche.
A Firenze, che fu la culla del Rinascimento, Anghelopoulos espone le sue «Vite Interiori», una rivisitazione di alcuni famosi ritratti degli artisti rinascimentali. Di quei profili, Anghelopoulos mostra però il loro lato nascosto, quello mai visto, il lato del volto sottratto per secoli agli sguardi del mondo. Ingranaggi ed elementi estranei innestati sulle figure diventano simboli esteriori degli ingranaggi interiori dei personaggi, sono vita interiore e in alcuni casi contribuiscono a suggerire anche un movimento del tempo. Svelando la metà eternamente nascosta del volto, ideale metafora del mondo interiore dell'essere umano, l'intimo meccanismo - l'intimo teatrino - si rimette in moto e l'icona riprende vita con tutto il proprio bagaglio di segreti. Quei personaggi tornano effettivamente ad abitare lo spazio abbandonando la bidimensionalità, rivendicando un posto nella contemporaneità. Rivivono, finalmente padroni di sé quindi più autentici, l'anonimo «Giovane» di Cosmè Tura, gli «Sposi di Urbino» e il «Malatesta» di Piero della Francesca, Bianca Sforza le cui sembianze furono immortalate nel dipinto «La Bella Principessa», attribuito di recente a Leonardo da Vinci.
Le larghe campiture di colore del ciclo «Passages-Untitled» rievocano invece soglie, portali, varchi inaspettati che si aprono davanti all'osservatore. Opere che appaiono come una provocazione e al tempo come un'occasione di sosta, un invito a riprender fiato, a concedersi una riflessione, ad alzare gli occhi per fare un passo oltre i confini dell'ovvio e la superficie delle cose.
I «Planisferi» raffigurano una superficie terrestre ogni volta differente o la profondità del cosmo dove fluttuano altri mondi che si vorrebbero esplorare. Le superfici non hanno confini, l'universo non può avere recinti, come a suggerire che i confini sono tutti, soltanto, nella testa dell'uomo. In un'epoca in cui si costruiscono muri l'artista ci fa riflettere su quanto sia singolare l'idea che si possa diventare proprietari esclusivi di un territorio: come il moscerino che crede di possedere la banana sulla quale si è posato.
Anghelopoulos individua nell'imponente e mal gestito progresso tecnologico il rischio dell'omologazione culturale, dei linguaggi, dei comportamenti. Un unico grande occhio informatico si interpone costantemente tra le persone e la loro vita. Perduto il rapporto diretto con le fonti della cultura e con le persone, si attingono informazioni, ci si relaziona, praticamente si vive attraverso il web. Un'esistenza «mediata», trascorsa in pigra monofrequenza, limitata al rapporto uomo-tastiera, omologata e facilmente condizionabile.
«Verrà il tempo», avverte l'artista, «in cui nasceremo tutti perfettamente uguali, da donna oppure da uova, al caldo di una incubatrice. Scambiarsi uova sarà assai più pratico che affittare uteri».
Ed ecco il «Nido», che insieme alle «Vite Interiori», ai «Planisferi» e alla serie dei «Passages», propone una meditazione su quelli che Eugenio Montale ha definito i «disguidi del possibile»: i momenti in cui l'impossibile si realizza, l'imprevedibile diventa realtà. Anghelopoulos, lettore bulimico e ammiratore del grande studioso dei linguaggi George Steiner, come lui vuole «sognare contro il mondo e strutturare mondi che sono altri». A Firenze, che generò il Rinascimento, tutto è possibile: anche le speranze neo-umanistiche di un artista impegnato ad analizzare le fragilità del mondo contemporaneo.

* Sabrina Consolini, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre ed eventi culturali

 

A.T ANGHELOPOULOS

Vive e lavora a Roma. Da sempre gioca con l'arte. Frequenta i primi corsi di pittura a dieci anni e ancora giovanissimo, negli anni Ottanta, entra in contatto con alcuni affermati artisti nazionali, tra cui Gigino Falconi. Nel frattempo intraprende studi musicali e si appassiona alla fotografia, curandone tutte le fasi tecniche nel suo laboratorio semiprofessionale. 

Dopo gli studi classici e la parentesi accademica, torna a praticare le arti visive (pittura, installazioni) obbedendo all'ennesimo irresistibile richiamo della grande arte contemporanea e dei suoi percorsi più innovativi (Rothko, Klee, Magritte, Schifano, per citarne alcuni). Sensibile al richiamo dell'arte che si nutre della vita del mondo ma che, al contempo, è capace di "sognare contro il mondo e strutturare mondi che sono altri" (G. Steiner).
Diversi i soggiorni artistici nelle città europee, ma è negli Stati Uniti che rimane particolarmente colpito dagli artisti più rappresentativi del secondo dopoguerra.
A.T. Anghelopoulos è un artista concettuale che indaga, esplora, sperimenta. Nelle sue mani l'arte si fa strumento di riflessione sull'uomo e sulla società in cui questi vive ed opera. L'arte per A. è bellezza, riflessione, provocazione. L'artista diventa intermediario tra mondi, quello interiore e quello esteriore e tra il mondo terreno ed il trascendente. Le sue opere sono spazio di riflessione, parentesi intima e di dialogo con l'osservatore. La sua arte è stata più volte definita ad alto valore contenutistico e formale e sembra dare un'anima ai luoghi. Ha partecipato a numerose mostre collettive nazionali e internazionali. La consacrazione artistica e della critica è a Roma al Complesso del Vittoriano nella mostra a cura del Prof. Claudio Strinati.
Con l'opera Inner Life-Vita Interiore (ispirata all'opera La Bella Principessa attribuita di recente a Leonardo da Vinci, che è stata esposta in Italia durante l'Expo 2015 nella Reggia di Monza) A. è stato scoperto da Vittorio Sgarbi che lo ha voluto per la "Biennale di Milano-EXPO Milano 2015




ANDREA PINCHI: 5 MAGGIO - 5 GIUGNO 2016


MUSICA PER ANIME COMPLEMENTARI A cura di Lauretta Colonnelli

Andrea Pinchi ha tre anime: una vive di pittura, la seconda di musica, la terza di letteratura. Nelle opere esposte in questa mostra, le tre anime coincidono. Molte sono nate dalle suggestioni evocate nell'artista durante una visita alla libreria Clichy. Racconta Pinchi che girando tra gli scaffali ha sentito i fantasmi delle pagine lette tanto tempo fa e, insieme, le voci dei volumi scoperti di recente. I brani di romanzi contemporanei e i versi di Dante Alighieri, i frammenti dei filosofi antichi e le strade abbaglianti che gli studiosi del Novecento hanno aperto nell'oscurità della psiche. E li ha catturati nelle tele e nelle tavole, attraverso i colori e i collage costruiti con pezzi estratti dalle viscere di vecchi strumenti musicali, quelli che ha curato nella sua altra vita di restauratore di organi a canne.

Lavorando a casse armoniche e canneti, Pinchi restò affascinato dai materiali resi fragili dall'uso e dal logorio dei secoli e ormai bisognosi di essere sostituiti. Anziché buttarli via, cominciò a raccogliere questi frammenti, lacerti di pelle d'agnello dell'Ottocento, stralci di carta da musica talmente vecchi da apparire bruciacchiati, lastre di piombo del Settecento, legni barocchi scolpiti dai tarli. Alla fine decise di riportarli in vita per mezzo del colore. Sono cresciuti così il Ciclo Barney e le Anime interrotte, Fulginia perpetua fulgens e Totem e tabù, Demian e Il figlio di Bakunìn, gli Stimoli elettrici e le Lezioni americane. Ispirati a frammenti di Hermann Hesse e Dante, Sigmund Freud e James Hillman, Charles Bukowski e Italo Calvino, J.D. Salinger e Mordecai Richler, Eraclito e Antonio Pennacchi. Sono cresciuti in forma di quadri e di sculture nello studio di Pinchi, che galleggia tra le nuvole di Roma, ricavato nella soffitta sopra la chiesa di Santa Maria in Campitelli, a un passo dal Campidoglio. Uno studio grande quanto la navata sottostante, scomodo e bellissimo, raggiungibile salendo a piedi milioni di gradini per una scala stretta e tortuosa. Un'unica immensa stanza, dove l'artista vive e lavora, con venti finestre aperte sui quattro lati, che accolgono come in un diorama la visione di tutte le cupole della città.

Visioni interiori affiorano invece nelle opere di Pinchi, dove gli scarti dei vecchissimi organi si ricompongono su fondi di azzurro, rosso, viola, in un'unità armonica, spesso poetica, a volte ironica. Un mondo fantastico, in cui i pigmenti hanno il sapore di quelli amati da Wassily Kandinsky, che si mise in testa di fissare sulla tela la sinfonia dei colori della natura, per catturare la forza enorme con cui li sentiva risuonare. Pinchi, come un alchimista, cerca di trasmutare mediante il colore quei pezzi morti estratti dal corpo degli strumenti musicali per farli vibrare con una voce nuova e renderli capaci di trascinare lo spettatore nel loro spazio emozionale.

 

 

ANDREA PINCHI

Nasce nel 1967 in una famiglia di costruttori e restauratori di organi a canne dove è normale veder piegare i materiali al primato dell'Arte. Nel suo habitat familiare, grazie al nonno Libero Rino ed al padre Guido, apprende le tecniche di lavorazione del legno, dei metalli e dei pellami. Dal 1986, dopo gli studi liceali e la formazione con Alberto Valeri, storico designer di suo padre, si dedica al design delle casse degli organi. Partecipa alla realizzazione di opere uniche quali gli organi del Duomo di Arezzo, del Tempio di San Giovanni Bosco-Asti, della Concert Hall di Kusatzu in Giappone ed il monumentale organo per l'Aula Liturgica Padre Pio di San Giovanni Rotondo, in collaborazione con Renzo Piano. Contemporaneamente alla sua attività di designer, grazie agli insegnamenti di Oscar Mischiati, si dedica agli studi di organologia, tiene lezioni e conferenze, pubblica articoli e diviene responsabile dei restauri filologici degli organi storici operati dalla sua famiglia, tra i più significativi dei quali il Mastro Paolo da Montefalco del Museo San Francesco di Trevi dell'Umbria, l'Andrea Boschini del 1746 di San Francesco di Pontremoli, il Johannes Conrad Werle del 1759 del Santuario di San Giuseppe di Leonessa, il Giuseppe Maria Testa del 1676 Di S. Lucia di Serra San Quirico, il Raffaele La Valle del 1619 di Sclafani Bagni ed il Luigi Galligani del 1769 del Suffragio di Foligno.
Inizia a dipingere da bambino con il pittore genovese Nereo Ferraris (1911-1975) compagno della zia, Maria Pia Pinchi, figura fondamentale per la sua formazione culturale ed artistica. Grazie a lui apprende i rudimenti delle tecniche pittoriche e l'uso del colore, dedicandosi all'arte figurativa. Negli anni dell'adolescenza, oltre ad imparare l'arte dell'intaglio con Pietro Quagliarini, storico maestro folignate ed intagliatore delle consolli di suo nonno, si avvicina alla pittura astratta ed al collage, grazie agli insegnamenti di Antonietta Innocenti. Negli anni del Liceo, sotto la guida di Giuseppe Pasquini, si dedica prevalentemente al disegno ornato e tecnico. Tra il 1989 ed il 1996 è in contatto con Aurelio De Felice (1915-1996) dal quale accoglie il suggerimento ad intraprendere il suo viaggio nella ricerca del proprio mondo espressivo che lo conduce a quello che Maurizio Coccia definirà nel 2011 il Pincbau, ovvero la costruzione di opere attraverso il riutilizzo dei materiali provenienti da antichi organi musicali o da quelli realizzati dalla propria famiglia, cosa che avviene a partire dal 2005.
Nel maggio del 2011, dopo anni di attività «occulta», debutta pubblicamente a Foligno, su invito del Comune, con la mostra «Organbuilding Rebirth Project» nel Museo Civico di Palazzo Trinci, a cura di Maurizio Coccia. Nel giugno dello stesso anno partecipa, su invito di Vittorio Sgarbi, alla 54a Biennale di Venezia-Padiglione Umbria/Palazzo Collicola di Spoleto, a cura di Gianluca Marziani.
I lusinghieri esordi lo inducono a proseguire la sua carriera artistica e gli consentono la partecipazione a mostre altrettanto importanti come «Organbuilding Rebirth Project #2» al Centro Culturale Zwinglihaus e «Pincbau» alla Blackwall Gallery di Basilea curate entrambe da Maurizio Coccia, «+50 - Sculture in Città» di Spoleto a cura di Gianluca Marziani e «Duetto in materia di musica» doppia personale con Domenica Regazzoni alla Galleria Artespressione di Milano a cura di Matteo Pacini.
Nel 2014 decide di lasciare definitivamente l'arte organaria per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di artista trasferendosi a Roma nel già avviato studio di Piazza Campitelli.
Il 18 giugno 2014 la sua scultura David, realizzata nel 2012 per la mostra «+50- Sculture in Città» come parte dell'installazione David e Golyath insieme a Cristiano Carotti con musiche di Alessandro Deflorio, viene acquisita dal Museo di Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto.
Nel novembre 2015 espone le sue opere a Roma, al Complesso Monumentale del Vittoriano, per la mostra «Tra materia ed anima, tra memoria e tempo», doppia personale con A.T. Anghelopoulos a cura di Claudio Strinati.

Collabora con le gallerie Ninni Esposito di Bari, Ex-Novo di Bruxelles, Tornabuoni di Firenze, Artespressione di Milano, Die Mauer di Prato, Honos Art di Roma e ADD-art di Spoleto

Vive e lavora tra Foligno, Milano e Roma

 



Pubblicazione


Andrea Pinchi

a cura di Lauretta Colonnelli