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«I fantasmi di Darwin» di Ariel Dorfman: leggi le prime pagine

«I fantasmi di Darwin» di Ariel Dorfman: leggi le prime pagine

L’oscura condizione destinata ad affliggermi giunse un po’ dopo l’alba, così improvvisa che all’inizio non fui in grado di darle un nome.

Come sapere all’istante che era stata in gestazione per cento anni all’interno di una remota zona di me stesso e dei miei antenati, come iniziare a intuire che stava infettando il vasto, cieco mondo da molto più tempo? Quella condizione era ancora più imperscrutabile perché il suo avvento, come molti altri terrori successivi nella mia vita, era stato del tutto imprevedibile.
Quasi subito mi misi a indagare sui segni che avrebbero potuto annunciare la sua comparsa, che avrebbero potuto prepararmi alla catastrofe. Riesco a ricordare le mie mani adolescenti che sfogliano l’album della nostra famiglia, i Foster, pagina dopo pagina, una consolazione rituale che mi ha permesso di intercettare e identificare ogni mia precedente, incontaminata apparizione, individuando con il dito indice quello che una volta era stato il mio volto solare, indugiandovi.

Fino al mio quattordicesimo compleanno, quando era scomparso.

L’immagine scompare, il mio volto scompare, non l’album di famiglia. Che continua a essere pieno di mio padre, dei miei fratelli minori e, per un po’, di mia madre, loro continuano a trovare dimora in quell’eterna cronologia di un’eterna vita quotidiana fatta di lauree e festeggiamenti, fidanzamenti, giochi e vacanze, la maggior parte della mia famiglia che cresce, sboccia, fiorisce nell’album senza di me. E pensare che da bambino ritenevo noioso che un giorno fosse simile al seguente e, mentre leggevo voracemente storie di mare e odissee in terre esotiche,

pregavo che potesse capitarmi qualcosa di avventuroso. È mi è capitato, mi è capitato, ma non fino all’alba del contagio, quando tutto cambiò.

Così innocente, ero così innocente nella prima foto scattata da mio padre mentre poppavo al seno di mia madre, il benvenuto offerto dalla macchina fotografica era stato derisorio, ma non istantaneo, non c’erano ancora le Polaroid, a quei tempi e in quel posto, nel 1967. Come tutti i bambini appena arrivati in questo mondo, in quella foto sono a malapena riconoscibile, quel tanto che basta per consentirmi di identificare quel neonato con me stesso, non così diverso da quello che mio padre aveva visto attraverso il mirino e la macchina fotografica aveva bloccato e congelato nel tempo, intanto che io succhiavo piacere e latte da mia madre, mamma così raggiante, esultante insieme al suo primogenito, guardami, ecco, guardami, in tutta la mia luminosa gloria di lattante entusiasta di essere vivo. Era l’immagine di me che la macchina fotografica di mio padre e qualsiasi altra macchina fotografica avrebbero continuato a mostrare durante la fase iniziale della mia vita, normale, una normalità straordinaria, deliziosa e soporifera.

La mia presenza in quell’album si concluse con l’ultima istantanea scattata il giorno prima del mio quattordicesimo compleanno,

la fotografia che ho appeso ingrandita sopra la mia scrivania, per ricordarmi per sempre ciò che ero stato e non avrei più potuto essere. Accanto alla foto che mi aveva regalato Cam Wood, l’unico amore della mia unica vita, un altro promemoria di ciò che credevo di aver perso per sempre.
È stato tutto facile finché è durata l’esuberante vita di quei miei primi anni, con la sua traccia fotografica: interpretare ogni fase dell’esistenza per gli altri, per me stesso, per i posteri, per l’obiettivo di una fredda macchina. La prima anatra giocattolo in bocca, il primo dente che spuntava come un intruso, il primo passo tenendomi a una mano, il primo passo senza l’aiuto di una mano, il secondo passo, tutti gli annessi e connessi di cui i miei genitori continuavano a bearsi, oh, non è la scimmietta più simpatica che c’è?, oh, sei proprio un piccolo selvaggio. Sì, così erano soliti descrivermi, non sapendo che lo scherzo avrebbe riguardato loro, inconsapevoli mentre spedivano foto su foto a nonni e zii, le mostravano a vicini volenterosi e riluttanti, inconsapevoli come lo stanco addetto dell’ufficio dell’American Automobile Association che tagliò la mia prima foto ufficiale per un passaporto (è possibile che mi abbiano davvero portato a Parigi – con tutti i luoghi che ci sono al mondo, proprio Parigi – quando avevo sei anni, così piccolo accanto all’Arco di Trionfo con le mani nelle tasche dei pantaloni, così curioso mentre facevo le boccacce agli scimpanzé allo zoo del Jardin d’Acclimatation nel Bois de Boulogne, già, già, proprio lì mi hanno portato), inconsapevoli e incuranti e distratti come quelli dell’asilo quando chiesero una mia foto in grande formato da mettere sul tabellone insieme ai disegni dei fiori. Così tranquillo, accondiscendente. Scatta, clic, pronto, ecco a voi, eccolo.
Inconsapevoli, proprio come me. Nessun indizio, scusate se insisto, sul destino che mi aspettava, sull’orrore che la mia vita sarebbe diventata quando avessi raggiunto la pubertà.

A quel punto accadde qualcosa, accadde qualcuno. Sopraggiunse il mio visitatore.

Ricordo quel giorno come fosse ieri. A tutti gli effetti è stato ieri, non ha mai cessato di essere un giorno fa, nella mia mente è diventato il giorno in cui sono stato espulso dalla vita moderna.
Iniziò come per milioni di ragazzi suppergiù della mia età iniziano quel genere di giornate.
Perché alle prime luci dell’11 settembre 1981 – il mio quattordicesimo compleanno – feci a me stesso un regalo anticipato, proprio nel momento in cui il sole stava sorgendo. Mi masturbai per la prima volta. Pensavo a Camilla Wood, con cui solo la sera prima – suo padre era andato al cinema, penso che il film fosse Un lupo mannaro americano a Londra – ci eravamo spinti fino a dove aveva voluto lei, la smania dei baci, palpare e sfiorare i suoi seni e qualcosa di più, ma non abbastanza, non abbastanza, pensavo alle profondità inesplorate di Cam la mattina dopo, mentre facevo da me in solitudine, ascoltando Games without frontiers di Peter Gabriel e lo spasmo di quel verso, quel verso profetico, If looks could kill they probably will.

Mi sono detto che era stato il sesso a provocare quella punizione, il fatto che da quel palpitante momento in avanti avrei potuto ufficialmente generare dei rampolli,

come i miei genitori erano stati in grado di concepire me, ripetendo l’accoppiamento delle generazioni prima di noi, tutti quegli uomini e donne che mi avevano fatto e disfatto in un passato più o meno remoto. È difficile dubitare di quella congiunzione di sesso e malattia, eppure quanti ragazzi hanno inaugurato i loro genitali accarezzandoli per la prima e imperitura volta – e le ragazze, e le ragazze come Cam – quanti hanno partecipato a un’ansimante esplosione sessuale, quanti ragazzi hanno osservato con eccitato stupore il loro sperma zampillare denso e bianco in qualunque dolce ricettacolo fosse disponibile, mentre si scioglievano dappertutto, dall’inclinazione delle dita dei piedi all’universo in espansione del loro cervello, e ringraziavano le stelle e Peter Gabriel che presto avrebbero ripetuto l’esperienza? Quanti finirono afflitti come me? Quanti sono scesi per fare colazione, come sono sceso io, con fierezza e orgoglio, incontro a mio padre che mi aspettava con la sua macchina fotografica SX-70 ultimo modello per catturare il secondo esatto in cui avrei fissato con sguardo inebetito ciò che c’era posato accanto al mio piatto: le chiavi di una piccola motocicletta, il veicolo dei miei sogni? E due biglietti per l’imminente concerto privato pre-tour dei Rolling Stones al Sir Morgan’s Cove di Worcester. Mio padre volle fissare per l’eternità quell’istante Polaroid di felicità familiare, del genere che lui stesso aveva ideato e presentato a milioni di telespettatori con una stella del calibro di James Garner Clic!

Proprio così. Il clic che divide la mia esistenza. Prima del clic e dopo il clic.

 

Ricordo alla perfezione ciò che successe subito dopo. Un secondo dopo, mio padre accolse tra le mani con entusiasmo la striscia di celluloide istantanea e, allontanando tutti noi, vide come al solito qualcosa che appariva dal grigio come un fantasma, fu un attimo, nel frattempo mia madre mi stava baciando e abbracciando con il suo travolgente affetto e i miei fratelli si erano messi a cantare la loro stupida canzoncina di buon compleanno, auguri destinati a chiunque altro sulla faccia della terra, però mai più per me.a faccia di mio padre. Che fissava a bocca aperta la piaga purulenta costituita da quell’immagine Polaroid di me, come se fosse il diavolo incarnato. Lo era, lo era, per molti anni sono stato certo che lo fosse. Eppure mio padre non credeva ai suoi occhi, borbottò No, no, no, e nascose in tasca quella prova a carico, la spiaccicò lì come se fosse un verme velenoso anziché una fotografia; era così spaventato e disgustato che mi chiesi se le mie guance arrossate non avessero rivelato la mia recente iniziazione erotica, se colui che mi aveva messo al mondo non avesse intuito in qualche modo – grazie a un’eruzione cutanea, a un brufolo rivelatore, a un lascivo filo di bava che colava dalle mie labbra – ciò che era accaduto pochi minuti prima nella mia stanza al piano di sopra, mentre Peter Gabriel canticchiava di baciare i babbuini nella giungla, ma non era quello, ho spesso pregato che si fosse trattato di qualcosa di così irrilevante. No, no, no. Questo esclamò, e poi: Ho bisogno di un altro scatto, questo è venuto un po’ sfocato. Dovrò dire ai ragazzi del laboratorio che non hanno risolto i problemi tecnici su quest’ultimo modello. Non vorrei dover ritirare l’intero lotto. Come se l’unico problema fosse di natura tecnica e l’unica entità bisognosa di protezione fosse la Polaroid, la sua preziosa azienda.
Così ci radunò, tutta la famiglia nella stessa inquadratura, e di nuovo, clic.

Il secondo clic epocale della mia esistenza. Il secondo clic, forse peggiore del primo, visto che determinò tutto ciò che sarebbe successo in seguito.

Questa volta infatti mio padre mostrò la foto, fu costretto a farlo, la mostrò a mia madre, e la repulsione si dipinse sul suo viso delicato mentre cercava di tenerla lontana da me, io però fui troppo veloce, gliela strappai di mano e… Eccomi lì.
Non io. In mezzo a tutte quelle altre facce banali, di circostanza, spiccava solo la mia… be’, non la mia.
Il mio corpo. Il mio posto a tavola. Con mia madre a sinistra, mio fratello Hugh a destra, entrambi sorridevano alla macchina fotografica, mentre l’altro fratello, Vic, si stringeva a noi con entusiasmo.

Al posto di quello che per quattordici anni era stato il mio volto, c’era un altro volto, quello di un giovane sconosciuto.

Gli occhi di quell’uomo, la sua incolta zazzera selvaggia di capelli neri, il naso camuso e gli zigomi alti, le carnose labbra aborigene separate da un bianco, sfavillante accenno di dentatura, il suo sguardo sprezzante sensuale enigmatico; oh se gli sguardi potessero uccidere, se gli sguardi…
Gli occhi, gli occhi scuri.
Il mio visitatore.

[traduzione di Fabio Cremonesi e Micaela Uzzielli]

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