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Marco Vichi è nato nel 1957 a Firenze e vive nel Chianti. Presso Guanda ha pubblicato i romanzi: L’inquilino, Donne donne, Il brigante, Nero di luna, Un tipo tranquillo, La vendetta, Il contratto, La sfida, Il console; le raccolte di racconti Perché dollari?, Buio d’amore, Racconti neri; la serie dedicata al commissario Bordelli: Il commissario Bordelli, Una brutta faccenda, Il nuovo venuto, Morte a Firenze, La forza del destino, Fantasmi del passato; la graphic novel Morto due volte, con Werther Dell’Edera, e la favola Il coraggio del cinghialino. Ha inoltre curato le antologie Città in nero, Delitti in provincia, È tutta una follia, Un inverno color noir, Scritto nella memoria. Ha pubblicato altri romanzi e racconti con Salani, Mondadori, Einaudi e molti altri editori. Il suo sito internet è www.marcovichi.it

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Vichi Marco / Ricerca per autore
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    John Fante

    di Marco Vichi

    «Dostoevskij mi cambiò. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.»

    Fante è uno scrittore così come Pelé è un calciatore. La natura lo ha dotato di spire cerebrali con una esatta forma, «arrotolate» in un determinato modo, create appositamente per trasformare la vita in scrittura. Certo, anche la sua vita, la sua esperienza, le sue letture, hanno contribuito a dare forza alla sua parola, ma all’origine deve esserci qualcosa di «congenito», che oltretutto gli ha permesso di recepire gli eventi dell’esistenza – quelli non voluti e quelli cercati – in quel determinato modo e non in un altro. Il classico cane che si morde la coda, o meglio una dialettica continua tra ciò che si è, ciò che ci capita e ciò che si sceglie. Insomma si avverte, negli scrittori come Fante, una naturalezza del narrare che non è certamente possibile imparare a tavolino. Il fatto è che quei «certi scrittori» non si affidano a meccanismi narrativi spettacolari, a storie sorprendenti, a colpi di scena inimmaginabili, ma semplicemente alla parola, alla loro parola. Per fare cosa? Per raccontare il mondo.

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    Georges Simenon

    di Marco Vichi

    Simenon ha di stupefacente che nei suoi innumerevoli romanzi non si ripete mai, ogni storia è nuova, sia per gli scenari, sia per il «materiale umano», sia per l’andamento della storia e per l’atmosfera che permea. Eppure in ogni sua opera la «voce» è inconfondibile. La sua scrittura ha come un «timbro vocale», un andamento che nessuno ha mai avuto al di fuori di lui. Poche righe e ci troviamo immersi nella vicenda che sta per essere raccontata, così come succede ad esempio con il grande Čhecov, che di ogni breve racconto ha fatto una sorta di romanzo in miniatura. Simenon ci costringe a guardarci allo specchio, anzi in molto specchi, e questa è una prerogativa dei narratori di razza, ma scrivere più di 400 opere ed essere sempre nuovo e originale ha del miracoloso. Qual è il segreto di questo grande narratore? Simenon ha avuto con la propria scrittura una relazione intensa e sincera: per lui la scrittura era una necessità, se è vero che, come diceva, si sentiva abitato da un popolo di fantasmi che doveva tirare fuori per non stare male.

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