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Renato Ranaldi nasce nel 1941 a Firenze, dove frequenta il liceo artistico e successivamente l’Accademia di Belle Arti seguendo il corso di pittura di Ugo Capocchini, con cui si diploma nel 1962. E’ di questo periodo l’incontro con la giovane pittrice Vera Corti, da cui nasce l’interesse per la musica e per il disegno infantile. La sua prima pittura è caratterizzata dalla stesura di spesse masse di colore a olio e dall’accostamento di differenti stilemi linguistici, cui si lega anche la molteplice sperimentazione di tecniche e materiali. Ma ad un tempo la sua attenzione si rivolge particolarmente al disegno, dal quale scaturisce il suo lavoro plastico. Nel corso degli anni Sessanta si lega a molti artisti che gravitano nella città di Firenze, tra i quali Eugenio Miccini, Giuseppe Chiari, Ketty La Rocca, Adolfo Natalini, Gianni Pettena, Roberto Barni. Sono gli anni dei primi viaggi in Europa (Inghilterra, Francia) e negli Stati Uniti. Con Andrea Granchi e Sandro Chia condivide l’esperienza del Teatro Musicale Integrale (1967-69). Nel 1968 avviene la sua prima esperienza cinematografica con Senilix, nello stesso anno ha luogo la prima mostra personale alla galleria La Zattera di Firenze a cura di Claudio Popovich. Nel 1971 realizza il Timparmonico. Seguendo una via personale, non influenzata dalle tendenze artistiche del momento – minimalismo, pop art, arte povera – entra negli anni Settanta con un repertorio di opere al di fuori degli schemi, che trovano lontane referenze con pittura e scultura della grande tradizione e tracce nelle sperimentazioni del Novecento. Sono gli anni in cui stringe amicizia con gli artisti Fernando Melani, Luciano Fabro e con il critico Bruno Corà Nel 1979 esegue la prima fusione in bronzo con la tecnica della staffa e poi della cera persa. Nel 1980 realizza l’Archetipo, “forma delle forme”. Nel corso degli anni Ottanta, con opere di grandi dimensioni, espone in numerose mostre pubbliche e private (Modena: galleria Mazzoli; Bologna: galleria Fabibasaglia; Macerata: Pinacoteca) e musei comunali (Firenze: Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, Villa Romana, galleria Vivita; Malmö: Konsthall). Nel 1988 viene invitato da Giovanni Carandente alla XLIII Biennale di Venezia con una sala monografica di scultura. Dagli anni Novanta, avviene un’ulteriore trasformazione nella sua produzione plastica attraverso l’utilizzo di laminati di zinco, rame, ottone, sotto forma di superfici o di nastri con piegature ottenute con modalità meccanica. Nel 1994 ha inizio il ciclo dei telai in legno di dimensioni varie, spesso dipinti col colore blu reale. Nella decade dei Novanta si compie altresì il ciclo della “pittura scolpita”. In questi anni si segnalano esposizioni personali in gallerie private e in musei in Italia (Ravenna: Pinacoteca comunale: Firenze. galleria Gentili; Perugia, Opera; Pistoia: Palazzo Fabroni; Carrara: Accademia di Belle Arti) e all’estero (Los Angeles: Convention Center; Parigi: Gran Palais, FIAC; Fresnes: Maison d’Art Contemporain Chaillioux; Vienna, galleria Christine König). Nel 2002 dà alle stampe il libro La misura. La rotazione, il ritorno, opera che emblematizza l’idea di crisi di identità artistica, per la nuova collana de I libri di AEIOU. Tra le esposizioni degli ultimi anni si ricordano quella del 2005 alla Galleria Il Ponte di Firenze, dal titolo Parusie, legata al volume curato da Bruno Corà con lo stesso titolo, repertorio del piccolo disegno. Nello stesso anno al CAMeC di La Spezia, col titolo Dispositivi per l’ora d’aria, presenta alcune grandi sculture–installazioni in cui è evidente il sentimento di ‘rischio’ derivato dal mettere in ‘bilico’ le forme. Nel 2006 partecipa alla XII Biennale Internazionale di Scultura a Carrara e presenta l’opera Bilico d’i’ciuho e la berva con i suoi arredi nella mostra Quijotesca, all’Instituto Cervantes di Parigi.

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    Marcel Duchamp

    di Renato Ranaldi

    «Avrei voluto lavorare, ma in me c’era un fondo enorme di pigrizia. Preferisco vivere, respirare, piuttosto che lavorare»

    La storia, le opere e le parole di un genio iconoclasta e distaccato e un’introduzione coerente con il personaggio: il racconto stravagante e autobiografico di un artista che, consapevole di partecipare alla «lotteria cieca del mondo dell’arte», ha fatto della malinconia, inquinata dall’ironia, lo strumento di espressione per rispondere all’autorevolezza di Duchamp, suo sofferto, contraddetto modello e antagonista intellettuale.

     

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