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Biografie

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    Louis-Ferdinand Céline

    di Stefano Lanuzza

    «I miei libri sono stile, nient’altro che stile. Questa è l’unica cosa per cui scrivere»

    Ci sono scrittori che non si fanno omologare e la cui opera, non subordinata a nessuno schieramento né incasellabile in rigide norme morali, è fraintesa e perfino strumentalizzata. In tal senso, resta esemplare il caso di Louis-Ferdinand Céline, preda da un lato di oltranzistiche vestali e dall’altro di fermi denigratori. È forse questo il principale motivo e l’inaccettabile limite per cui Céline è noto per le sue provocatorie posizioni culturali e politiche e assai meno per il suo personalissimo stile letterario, da lui sempre rivendicato come il principale e forse unico faro del suo lavoro (e della sua vita). Irregolare, outsider, atipico, anomalo, non conforme…: in fondo non c’è modo d’incasellare l’uomo libero Céline, uno scrittore fondamentale per la letteratura del Novecento.

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    John Fante

    di Marco Vichi

    «Dostoevskij mi cambiò. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.»

    Fante è uno scrittore così come Pelé è un calciatore. La natura lo ha dotato di spire cerebrali con una esatta forma, «arrotolate» in un determinato modo, create appositamente per trasformare la vita in scrittura. Certo, anche la sua vita, la sua esperienza, le sue letture, hanno contribuito a dare forza alla sua parola, ma all’origine deve esserci qualcosa di «congenito», che oltretutto gli ha permesso di recepire gli eventi dell’esistenza – quelli non voluti e quelli cercati – in quel determinato modo e non in un altro. Il classico cane che si morde la coda, o meglio una dialettica continua tra ciò che si è, ciò che ci capita e ciò che si sceglie. Insomma si avverte, negli scrittori come Fante, una naturalezza del narrare che non è certamente possibile imparare a tavolino. Il fatto è che quei «certi scrittori» non si affidano a meccanismi narrativi spettacolari, a storie sorprendenti, a colpi di scena inimmaginabili, ma semplicemente alla parola, alla loro parola. Per fare cosa? Per raccontare il mondo.

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    Lorenzo Milani

    di Giovanna Ceccatelli

    «Non c’è scuola più grande che pagare di persona»

    La grande lezione cognitiva e metodologica di don Milani, al di là della sua testimonianza spirituale e religiosa, è stata insieme semplice e straordinaria: spostare sempre lo sguardo dal centro della scena verso le cornici e le periferie; prestare attenzione curiosa e sincera proprio alle persone più lontane dal mondo in cui viviamo e averne cura; non banalizzare mai chi ci sta davanti, evitando regole e schemi di valutazione ovvi e precostituiti; e amare la conoscenza non come patrimonio esclusivo di pochi, ma come «bene comune», da redistribuire a tutti, soprattutto da costruire collettivamente con il contributo di chiunque, anche del più inaspettato ed emarginato dei partecipanti.

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    Frank Lloyd Wright

    di Francesco Gurrieri

    «L’architettura è sempre del luogo e del tempo»

    Forse Frank Lloyd Wright (1887-1959) non è stato il più grande architetto del Novecento, ma certamente è quello che più di tutti ha impersonato il mito dell’architetto. Il suo intenso rapporto creativo con l’opera, la sua prorompente personalità nel dialogo con la committenza, il suo perfezionismo nel dettaglio, ne fanno il più grande «artigiano dell’architettura».

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    Fausto Melotti

    di Giuliano Gori

    Noi crediamo che all’arte si arrivi attraverso l’arte, frutto d’intuito personale: perciò tutto il nostro sforzo consiste nell’insegnare il piccolo eroismo di pensare con il proprio cervello.

    La vicenda umana e la complessità espressiva di un artista ironico e introverso, che nelle sue opere ha miracolosamente intrecciato poesia, plasticità, leggerezza e armonia musicale, nella testimonianza appassionata e sincera di uno dei maggiori collezionisti italiani, che con lui ha condiviso, attraverso l’amicizia di una vita, intelligenza critica, entusiasmo e disincanto.

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    Luciano Bianciardi

    di Gian Paolo Serino

    “Se vogliamo che le cose cambino, inutile occupare le università, occorre occupare le banche e far saltare le televisioni”

    Luciano Bianciardi come non lo avete mai letto. Luciano Bianciardi che anticipa il pensiero di Umberto Eco passaggio per passaggio, ma senza essere apocalittico e soprattutto integrato. Il Luciano Bianciardi che sul finire degli anni Cinquanta, in pieno boom economico, anticipa gli Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini. Il Luciano Bianciardi che “ruba” – da un ignoto scrittore irlandese che ha tradotto – la trama del libro che gli diede il successo: La vita agra. Il Luciano Bianciardi che ha raccontato i primi segnali della tivù del dolore, che ha scoperto Enzo Jannacci e che ha intuito la vera “voce” mediatica di Adriano Celentano. Il Luciano Bianciardi che ci racconta come siamo oggi, ma sessant’anni fa. Con una scrittura narrativa di una modernità che fa impallidire molti degli scrittori e lettori contemporanei. Il Luciano Bianciardi che ha compreso come in un mondo in cui tutto progredisce, nessuno progredisce veramente.

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