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    Guardami: sono nuda

    di Antonia Pozzi

    «Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia». Antonia Pozzi scrive queste riflessioni tra il 1925 e il 1927. È nata nel 1912, appena una ragazzina quindi. Eppure è questo senso di spossata malinconia, di vertigine di perdita, di repentina nostalgia che lei esplorerà fino alla sua morte, il 2 dicembre 1938, nuda e con troppe pillole ingoiate in un fosso gelato nella campagna intorno a Milano. In questa raccolta, curata da Ernestina Pellegrini, docente di italianistica dell’Università di Firenze e curatrice del Meridiano Mondadori dedicato a Claudio Magris, è contenuto il corpus maggiore delle sue poesie, dalle quali emergono un’esacerbata sensibilità e una profondità di autoanalisi davvero sorprendenti.

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    Compagni di viaggio

    di T.C. Worsley

    Tra eros gay e Guerra Civile spagnola, il libro cui si è ispirato Ken Loach per il suo film Terra e Libertà mai pubblicato in Italia

    T. C. Worsley narra in Compagni di viaggio (1971) la sua esperienza nella Guerra di Spagna, vissuta al fianco di Stephen Spender, ma racconta anche di molte altre vicende che hanno preceduto quel momento. Un romanzo a chiave, quindi, in cui è facile identificare nomi e volti di una stagione che espresse una risoluta visione a sinistra, anche se non necessariamente identificata nell’adesione al comunismo. La tensione tra i personaggi è in primo luogo quella tra i loro desideri e la realtà che li circonda, spesso troppo inferiore alle aspettative. Molti sono i ragazzi che scappano dal repressivo sistema delle Public Schools e che cercano di affermarsi altrimenti nella vita; gli intellettuali borghesi cercano di immedesimarsi nei panni dei proletari, maltrattati, e privi di ogni Welfare, ma spesso esprimono posizioni moralistiche. Al centro della vicenda sta la contrastata storia d’amore tra Tony Hindman, ex-militare passato al partito comunista, e Spender, che prima lo sostiene nel suo sviluppo intellettuale e poi lo abbandona, salvo poi battersi per salvarlo dal bagno di sangue del conflitto spagnolo. Intorno ci sono dame benintenzionate, nipoti di famiglie ricche ribelli senza motivo, aspiranti intellettuali, che si riuniscono in una libreria che ospita tutti senza distinzioni: un mondo dalle aspirazioni complesse quanto vaghe che si troverà sbalestrato di fronte alla violenza della Storia. Un’analisi magistrale della relazione tra sessualità, politica, cultura, narrata a più voci, in un gioco pirandelliano, che progressivamente smonta gli alibi e le false pretese.

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    Maldoror

    di Lautréamont

    «Voglia il cielo che il lettore, fatto ardito e un po’ feroce come ciò che leggerà, trovi speditamente l’erta e selvaggia via nella palude atroce di queste fosche pagine, colme di malsanità»

    Isidore Lucien Ducasse (1846-1870), meglio noto come Conte di Lautréamont, primo dei «poeti maledetti», canzoniere beat oltre un secolo prima dei beat, fu uno dei più anomali, inclassificabili e travolgenti poeti dell’Ottocento europeo. Adorato da Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Éluard, Apollinaire, ma anche dal nostro Dino Campana, e poi da tutto il movimento surrealista, che lo elesse come proprio predecessore, Lautréamont è stato anche un fermo e costante riferimento, in tempi più recenti, per autori mitici della canzone francese, come Serge Gainsbourg, Georges Brassens o Léo Ferré. Purtroppo non abbastanza noto in Italia, se non tra i veri appassionati, Lautréamont ha ancora moltissimo da dire e raccontare, almeno quanto altri poeti in parte a lui accostabili, come Dylan Thomas o William Blake. Per la sua capacità di esplorare l’inesplorato, per il suo coraggio di sondare gli abissi, per la sua forza di scavare in tutto ciò che il mondo considera indicibile. Un percorso, il suo, che fu anche uno sprofondare completamente umano, e che si concluse alla giovanissima età di soli 24 anni, in una camera d’albergo di Parigi, in quello che venne frettolosamente archiviato come un suicidio e che rimane invece ancora oggi un insondabile mistero, come l’intera ispirazione di questo fondamentale poeta.

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    Caravanserraglio

    di Francis Picabia

    «Il pranzo fu suntuoso e intelligente, la conversazione finì per un istante sul cubismo e il Dada. Un giovane portabandiera dallo sguardo cupo e profondo mi pregò di dirgli che cos’era il cubismo e chi l’aveva inventato. “Dio” gli dissi. Parve offendersi. “Dio?” “Dio siete voi, se volete”. “E Dada? Non potete rifiutarvi di dirci cos’è Dada!”. “Dada è l’armistizio, è la pace, è la concentrazione che evapora o il contrario, concentrazione delle nostre stupide ambizioni»

    Introduzione di Luc-Henri Marcié.

    Unico romanzo di Francis Picabia, scritto nel 1924, l’anno in cui apparve il primo Manifesto del Surrealismo. Al rigore dogmatico di André Breton, Picabia contrappone la sua incorreggibile disinvoltura, il suo inafferrabile istinto dissacratorio, scegliendo in ogni circostanza la libertà e la vita, che attraversa sempre a cento all’ora non temendo lo schianto finale. «Sono vivo», questo è il suo unico credo. E la risposta finale di questo romanzo, nel quale Picabia esprime l’essenza delle sue idee. Testo autobiografico «a chiave», pieno di deviazioni, porte misteriose, cassetti e armadi inattesi, Caravanserraglio si presenta apparentemente come una semplice serie di quadri che evocano con causticità l’anima di un’epoca travolta dal tourbillon delle avanguardie, ma rivela a una lettura più attenta un «sottotesto» letterario e narrativo di grandissima letteratura. Vi si incontrano Marcel Duchamp, Pablo Picasso, André Breton, Robert Desnos, Louis Aragon, Max Ernst, Blaise Cendrars, Jean Cocteau e molti altri. Di fronte al Surrealismo trionfante, Francis Picabia lancia l’ultima battaglia in onore del Dadaismo.

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    Don Juan

    di Henri-Pierre Roché

    «Le cronache dicono che questa rassegna dongiovannesca, così fresca e veloce, fosse amatissima da Picasso e Duchamp. Non è difficile da credere. Roché ha tolto a Don Juan molta tenebra e ne ha fatto un amatore quasi solare, un ostinato, sorridente collezionista di amplessi… Baudelaire immagina che Don Giovanni vada all’inferno…In Roché, invece, Don Juan finisce in Paradiso» Paolo Mauri, La Repubblica. 

    Nel 1920, quarant’anni prima di diventare famoso in tutto il mondo con Jules e Jim e Le due inglesi e il continente, poi diventati due indimenticabili film di François Truffaut, Henri-Pierre Roché, con lo pseudonimo di Jean-Paul Roc, pubblicò questo piccolo, inconsueto capolavoro, nel quale sono già presenti tutti i temi dei due grandi romanzi della maturità. Un libro amatissimo da Picasso, Duchamp, Breton, Picabia, Satie, Brancusi, Modigliani e da tutti gli amici artisti di Roché.

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    Bassifondi

    di Maksim Gor'kij

    Maksim Gor’kij è stato uno dei personaggi più influenti e più carismatici della fine dello zarismo e della nascita della Russia comunista. Bassifondi, scritto nel 1902, è un’opera polifonica, allucinata e geniale, che anticipa tutto il realismo russo e molte delle correnti più anomale del Novecento, pur non avendo ancora ricevuto il giusto e corretto riconoscimento.

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