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    I venditori di Milano

    di Ottiero Ottieri

    Una commedia presentata a Milano nel 1960 e da allora introvabile, che viene riproposta oggi per riportare alla meritata attenzione uno degli autori fondamentali del Novecento Italiano. Tra sarcasmo e descrizione sociale, Ottieri tesse un dialogo tagliente, anticipando di molto anni temi che sarebbero divenuti centrali solo in tempi recenti

    A cura di Luca Scarlini

    Ottiero Ottieri (1924-2002) inizia le sue attività letterarie all’università di Roma traducendo opere del teatro elisabettiano. La passione per il dialogo, per la rappresentazione corale, come si dà in uno dei romanzi maggiori, I divini mondani, ritratto di un jet-set in fuga da se stesso, lascia poi lo spazio nei testi estremi, come il poemetto Il palazzo e il pazzo, a una ricerca che si fa decisamente monologante. I venditori di Milano è una commedia in tre atti rappresentata al Teatro Girolamo di Milano nel marzo 1960, per la regia di Virginio Puecher, protagonisti Mario Mariani, Mario Maranzana e Anna Nogara. Accolto favorevolmente dalla stampa, il testo viene edito da Einaudi nello stesso anno e mai riproposto fino ad oggi. La commedia fa parte del periodo “industriale” dell’autore: il tempo in cui parla di fabbriche e di automazione, a partire anche dalla sua esperienza alla Olivetti. In un’industria che produce frigoriferi si presentano le persone dell’ufficio marketing. Un mondo arido, in cui gli individui sembrano talvolta macchine, visto che tutti cercano a ogni costo di attenersi a una vera e propria oggettività obbligatoria. Lo scrittore guarda il mondo al microscopio, cogliendo i minimi scarti di un sistema apparentemente immobile e invece pieno di sorprese. Il protagonista, Davoli, alienato e robotico, infine si ribella e decide di fuggire verso un nuovo conformismo forse anche peggiore, diventando presentatore televisivo.

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    La metamorfosi

    di Franz Kafka

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    di Nikolaj Gogol'

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    Una vecchia canzone

    di Robert Louis Stevenson

    Una vecchia canzone, breve romanzo di Robert Louis Stevenson, è stato riscoperto solo nel 1982 come opera dell’autore de L’isola del tesoro: uscito infatti senza firma sulla rivista «London» nel 1877, è stato attribuito a Stevenson grazie alla riscoperta di una pagina manoscritta conservata presso l’Università di Yale. È quindi il primo romanzo da lui pubblicato, mai tradotto in italiano fino al 2012. Vi occhieggiano, accennati ma presenti, alcuni temi che poi troveranno una definitiva maturità nelle opere successive. Il complicato e pericoloso argomento dell’eredità da assegnare o da dividere, l’ambigua natura umana sempre in bilico tra bontà e perfidia, le disastrose conseguenze di chi, nel proprio comportamento, scambia la testardaggine per forza di carattere, il cinismo delle convenzioni sociali e l’ossessionante conflitto tra ricchezza e miseria. Una vecchia canzone ha il sapore di una parabola amara sull’incomprensione e sugli equivoci che spesso lacerano l’esistenza e da questo punto di vista sta certamente al pari con i più famosi racconti o romanzi della sua maturità.

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