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    Amleto

    di Alfred Döblin

    «C’è qualcosa di vero, Edward. La nostra sorte va molto più in là di quello che ci immaginiamo». «Credi anche tu a una tale oscura necessità, mamma? E pensi che non siamo niente? L’uomo è nulla?». «Non ci credo». «Esisteremmo solo per desiderare e non raggiungere niente? Ci danno l’illusione di un traguardo, lo inseguiamo… ma veniamo solo presi in giro e finiamo per inciampare su una pietra?»

    A cinquantasei anni dalla morte di Alfred Döblin, Edizioni Clichy propone la prima traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Hamlet oder Die lange Nacht nimmt ein Ende, scritto tra il 1945 e il 1946, poco prima del suo rientro in Germania. Attraverso il personaggio di un soldato inglese, Edward Allison, che torna a casa dopo la guerra, mutilato e in preda ai fantasmi del passato, Döblin dà voce a una serie di interrogativi sulla vita e la morte, sul male e le sue responsabilità, e soprattutto sulla realtà e la finzione nel mondo in cui viamo. Come l’Amleto shakespeariano infatti Edward si dedica ossessivamente alla ricerca della verità, finendo per sconvolgere l’equilibrio già precario della sua famiglia e facendo riemergere conflitti che sembravano sepolti tra sua madre, la dolce ma determinata Alice, e il padre scrittore, il burbero ed enigmatico Gordon Allison. Un dramma familiare costruito come un gioco di specchi, che passa attraverso i lunghi racconti sull’amor cortese, i santi e i tiranni medievali, che i vari membri della famiglia inizialmente individuano come terapia contro le ossessioni di Edward, ma finiscono per rivelare fatti troppo a lungo taciuti, anche a loro stessi. Amleto o la lunga notte sta per finire è un romanzo che sorprende per la radicalità e il pathos con cui l’autore rappresenta la crisi esistenziale e familiare, e che delinea una contrapposizione irrisolvibile tra l’individuo e il mondo che lo circonda. Qui Döblin non ritrae un’epoca, come era stato per il suo celebre Berlin Alexanderplatz, ma fa rivivere in controluce, attraverso una vicenda umana, la storia politica d’Europa.

     

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    Una vecchia canzone

    di Robert Louis Stevenson

    Una vecchia canzone, breve romanzo di Robert Louis Stevenson, è stato riscoperto solo nel 1982 come opera dell’autore de L’isola del tesoro: uscito infatti senza firma sulla rivista «London» nel 1877, è stato attribuito a Stevenson grazie alla riscoperta di una pagina manoscritta conservata presso l’Università di Yale. È quindi il primo romanzo da lui pubblicato, mai tradotto in italiano fino al 2012. Vi occhieggiano, accennati ma presenti, alcuni temi che poi troveranno una definitiva maturità nelle opere successive. Il complicato e pericoloso argomento dell’eredità da assegnare o da dividere, l’ambigua natura umana sempre in bilico tra bontà e perfidia, le disastrose conseguenze di chi, nel proprio comportamento, scambia la testardaggine per forza di carattere, il cinismo delle convenzioni sociali e l’ossessionante conflitto tra ricchezza e miseria. Una vecchia canzone ha il sapore di una parabola amara sull’incomprensione e sugli equivoci che spesso lacerano l’esistenza e da questo punto di vista sta certamente al pari con i più famosi racconti o romanzi della sua maturità.

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  • Il cuore rivelatore

    di Edgar Allan Poe

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  • Bartleby lo scrivano

    di Herman Melville

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    Il naso

    di Nikolaj Gogol'

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    La metamorfosi

    di Franz Kafka

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