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Sorbonne, l’Università di Parigi, il mito del cambiamento. Le grandi idee del Novecento in piccoli libri che concentrano l'essenza del pensiero di persone che hanno immaginato altri mondi e prospettive diverse. Una prefazione che fa da inquadramento «sentimentale», nel quale il curatore racconta il mondo del protagonista e in che modo il suo pensiero lo ha toccato e coinvolto, dopo aver cambiato la cultura, la società, la storia. E poi le immagini, le parole e il pensiero, senza mediazioni né fratture, dei grandi rivoluzionari del Novecento. Una collana a cura di Giovanna Ceccatelli.

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    Sigmund Freud

    di Simona Argentieri

    «Il lavoro di costruzione dello psicanalista o, se si preferisce di ricostruzione, rivela un’ampia concordanza con quello dell’archeologo che dissotterra una città distrutta e sepolta o un antico edificio. I due lavori sarebbero in verità identici se non fosse che l’analista opera in condizioni migliori, sia perché dispone di un materiale ausiliario più cospicuo sia perché si occupa di qualche cosa che è ancora in vita e non di un oggetto distrutto»

     

    Nel corso degli anni la psicoanalisi è molto cambiata, molti importanti contributi teorici e clinici si sono aggiunti in epoca post-freudiana; così come vanno continuamente cambiando le patologie e i contesti sociali nei quali dobbiamo operare. E certo operare in una cultura segnata dalla superficialità e dalla fretta è sempre più difficile. Ma i paradigmi di Freud rimangono validi, e rimane valido l’impegno a trasmettere la matrice della psicoanalisi alle future generazioni, la fiducia in uno strumento prezioso e insostituibile, che talvolta – con lento, laborioso miracolo – può davvero cambiare la vita di una persona. Basterà forse ricordare le parole che Thomas Mann pronunciò in occasione del suo ottantesimo compleanno: «Anche se il futuro riplasmerà o modificherà questo o quel risultato delle sue ricerche, mai più potranno essere messi a tacere gli interrogativi che Sigmund Freud ha posto all’umanità».

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    François Truffaut

    di Gabriele Rizza

    «Faccio dei film per realizzare i miei sogni d’adolescente, per farmi del bene e possibilmente fare del bene agli altri».

    Quando, nel 1959, sugli schermi dei cinema di Parigi uscì il primo lungometraggio del suo amico e collaboratore François Truffaut, Jean-Luc Godard, appena assurto al rango di leader della Nouvelle Vague dopo l’uscita del suo à bout de souffle, dichiarò: «I quattrocento colpi sarà il film più libero del mondo, moralmente parlando, e anche esteticamente. Sarà un film firmato Franchezza, Rapidità, Arte, Originalità, Impertinenza, Serio, Tragico, Raffreddamento, Ubu Re, Fantastico, Feroce, Amicizia, Universalità, Tenerezza». Nasceva in quel momento uno dei più grandi, sensibili, influenti registi del cinema di tutti i tempi. Un uomo che con le sue storie, il suo linguaggio, il suo amore, avrebbe commosso e coinvolto donne e uomini del nostro mondo per tutti gli anni a venire. Truffaut ha raccontato gli esseri umani e le loro derive con la generosità e l’audacia di un bambino, ma sempre guidato dall’inapparente grandezza dell’autentico genio.

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    Giuseppe Di Vittorio

    di Maurizio Landini

    «Noi siamo certi che la grande maggioranza degli italiani ci aiuterà a compiere lo sforzo necessario per risollevare il Paese dalla povertà. Ecco la funzione sociale per i ricchi: si facciano un merito una volta tanto. Ma poiché si tratta di darsi un merito si possono obbligare a conquistarlo»

    Nella polemica con le organizzazioni padronali sulla sua proposta di Statuto dei diritti dei cittadini lavoratori, Di Vittorio sottolinea continuamente che «anche nelle aziende i lavoratori sono liberi cittadini». È un’affermazione civica e politica – nel senso dei diritti fondamentali che la Repubblica deve garantire a tutti ovunque – ma è anche un’importante chiave di lettura sindacale sul ruolo del lavoro nella società: sostiene che il lavoratore rimane un cittadino anche in fabbrica perché la sua natura umana non si esaurisce nella prestazione lavorativa: afferma che l’operaio, il tecnico, l’impiegato sono qualcosa di più della mansione cui sono assegnati e per questo pretendono i loro diritti di «cittadinanza».

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    Pina Bausch

    di Leonetta Bentivoglio

    «Balla, balla, altrimenti siamo perduti»

    Si può dire, senza rischio di esagerare, che nella geografia delle arti contemporanee esista un prima e un dopo Pina Bausch: con la sua originale «poesia del mondo», quest’autrice fuori dal tempo e dalle mode (dal ruolo d’iconoclasta finì per approdare, nel nuovo millennio, a quello di consacrata regista-coreografa), ha terremotato il panorama delle arti dal vivo. Non solo ha affrancato il balletto dalle seduzioni dell’apparenza, restituendo al corpo un’inedita «loquacità esistenziale», nel senso di facoltà d’indagare i paesaggi più profondi e oscuri dell’essere; ma ha identificato, al di là della danza (il discorso riguarda, più in generale, l’essere in scena davanti agli altri), una zona di comunicazione in grado di toccare nuclei di ricettività presenti in ciascuno di noi e comprensibili in ogni latitudine del globo, a prescindere da consuetudini culturali.

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    Moana Pozzi

    di Pippo Russo

    «Ma cosa ci fa una ragazza così bella nel mondo del porno?». Non sapevamo ancora di non poter avere altra Moana all’infuori di lei, però imparammo subito l’unicità del nome. E la possibilità di scandirlo rotondamente, imitando la dolce ossessione dell’Humbert Humbert di Vladimir Nabokov: «Mo-a-na», come «Lo-li-ta». Il cerchio perfetto delle sillabe a trasformarsi nel loop d’una nuova devozione.

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    Louis-Ferdinand Céline

    di Stefano Lanuzza

    «I miei libri sono stile, nient’altro che stile. Questa è l’unica cosa per cui scrivere»

    Ci sono scrittori che non si fanno omologare e la cui opera, non subordinata a nessuno schieramento né incasellabile in rigide norme morali, è fraintesa e perfino strumentalizzata. In tal senso, resta esemplare il caso di Louis-Ferdinand Céline, preda da un lato di oltranzistiche vestali e dall’altro di fermi denigratori. È forse questo il principale motivo e l’inaccettabile limite per cui Céline è noto per le sue provocatorie posizioni culturali e politiche e assai meno per il suo personalissimo stile letterario, da lui sempre rivendicato come il principale e forse unico faro del suo lavoro (e della sua vita). Irregolare, outsider, atipico, anomalo, non conforme…: in fondo non c’è modo d’incasellare l’uomo libero Céline, uno scrittore fondamentale per la letteratura del Novecento.

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