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Sorbonne, l’Università di Parigi, il mito del cambiamento. Le grandi idee del Novecento in piccoli libri che concentrano l'essenza del pensiero di persone che hanno immaginato altri mondi e prospettive diverse. Una prefazione che fa da inquadramento «sentimentale», nel quale il curatore racconta il mondo del protagonista e in che modo il suo pensiero lo ha toccato e coinvolto, dopo aver cambiato la cultura, la società, la storia. E poi le immagini, le parole e il pensiero, senza mediazioni né fratture, dei grandi rivoluzionari del Novecento. Una collana a cura di Giovanna Ceccatelli.

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    Marlene Dietrich

    di Luca Scarlini

    «A qualunque donna piacerebbe essere fedele. Difficile è trovare un uomo a cui esserlo»

    Non è probabilmente possibile trovare l’erede, o una nuova impossibile versione di Marlene Dietrich, una delle donne più belle, originali e inclassificabili del Novecento. Meglio allora cercare di capire ciò che questa creatura geniale, innovativa, indisciplinata, abbia lasciato nella memoria, spesso distratta e disastrata, della nostra storia, di cui è stata parte, da protagonista, con bellezza e profonda intelligenza.

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    Marcel Duchamp

    di Renato Ranaldi

    «Avrei voluto lavorare, ma in me c’era un fondo enorme di pigrizia. Preferisco vivere, respirare, piuttosto che lavorare»

    La storia, le opere e le parole di un genio iconoclasta e distaccato e un’introduzione coerente con il personaggio: il racconto stravagante e autobiografico di un artista che, consapevole di partecipare alla «lotteria cieca del mondo dell’arte», ha fatto della malinconia, inquinata dall’ironia, lo strumento di espressione per rispondere all’autorevolezza di Duchamp, suo sofferto, contraddetto modello e antagonista intellettuale.

     

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    Lou Reed

    di Paolo Russo

    «Non ho mai fatto caso alle mode, non me ne sono mai preoccupato. Quello che mi importava, quello che mi interessava era la musica. Ho sempre creduto di avere qualcosa di importante da dire e l’ho detto. Ecco perché sono sopravvissuto, perché sono convinto di avere ancora qualcosa da dire»

    Caro lettore, mentre stai interrogando questo libretto per decidere se lo vuoi, o prima invece che, dopo averlo acquistato, tu proceda nel leggerlo, alla maniera dei maestri del passato ti rivolgo un invito: sii clemente con queste povere righe, sono solo la mia dichiarazione d’amore per un grand’uomo, Lou Reed, che ho avuto la fortuna di amare da distante e incontrare da vicino. Lou Reed non è stato solo uno fra i più importanti musicisti del secondo Novecento, una delle migliori menti del rock and roll – che, con lui più che mai è stato sesso, droga e chitarre elettriche ma pure infinitamente altro: qualcosa che gli antropologi chiamano cultura – e, insieme, un essere umano eccezionale. Almeno io, da un lontano non troppo lontano, l’ho percepito così e così cercherò di restituirlo ai miei venti manzoniani lettori. Che prego di non cercarlo in queste mie parole lungo la strada di aneddoti, eccessi, glorie planetarie, favolose amicizie e dotte esegesi. Qui si parla di uomini e vita. Questa è solo un’altra storia in cerca d’ascolto.

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    Francis Bacon

    di Matthew Spender

    «Penso che l’arte sia un’ossessione per la vita, e dopo tutto siamo esseri umani, la nostra più grande ossessione è per noi stessi»

    Per ogni artista esistono tre fonti d’informazione: la sua arte, la sua vita, e quello che l’artista ci racconta. Nel caso di Francis Bacon queste tre fonti rifiutano di allinearsi. Più si tenta di metterle insieme e più rimangono separate. Per Bacon, il quadro deve «funzionare». Non deve essere bello o brutto, o semplicemente riuscito: deve acquisire una sorta di forza meccanica capace di causare tutta una serie di reazioni nel corpo di chi guarda. E a volte, quando il quadro è davvero finito, Bacon mischia il bianco dal tubetto finché diventa una crema liquida, e lo lancia con la mano sul quadro, dove rimane sulla superficie senza ulteriori ritocchi. Non si osava dirlo durante la vita dell’artista, ma si trattava esattamente di un orgasmo maschile lanciato verso il quadro, proprio come lo sarebbe stato verso la stanza, se l’orgasmo fosse stato reale.

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    Enrico Berlinguer

    di Tommaso Gurrieri

    «Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita»

    È facile oggi affermare «Berlinguer lo aveva detto». Ma resta il fatto che lo aveva detto davvero. È forse facile anche dire oggi che ci manca. Ci manca anche Pasolini, ci manca Moravia, ci mancano tanti di quegli uomini, e ci manca anche Sandro Pertini, e Tina Anselmi, e Norberto Bobbio. Ci manca quel credere nella politica, quel pensare che non si debba seguire il vento fetido del disincanto e del cinismo volgare, ma che si debba educare e dare l’esempio alla gente alla quale si chiede il voto. Ci manca quella convinzione che la politica sia trasformare in azione delle idee nelle quali si crede fermamente, e non amministrare con furbizia una capacità di incantare la gente con slogan e patti con gli italiani firmati in diretta televisiva. È facile dirlo. Ma provate a pensarci un attimo, e vedrete che questo facile è un facile che dà un calore strano, un conforto bello, un diverso possibile. Anche per questo, quel 13 giugno 1984 a Roma, ai suoi funerali, eravamo così tanti. Anche per questo non piangevamo, ma eravamo commossi e orgogliosi. Anche per questo quel sorriso non riusciamo a dimenticarlo.

     

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    Sandro Pertini

    di Franco Cazzola

    «Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame»

    Un leader morale, non un leader politico, superiore in dignità non in potere. Un uomo semplice, schietto, vivo, disinteressato, fuori dai compromessi e dai giochi politici: un uomo che, mentre non accetta la «doppiezza» tipica dei politici e l’intrinseca ipocrisia dei discorsi ufficiali, incarna nello stesso tempo le virtù antiche della dignità e del prestigio degli uomini di Stato d’un tempo, quelle virtù che, secondo una splendida definizione del suo più stretto collaboratore, «danno corpo a una non retorica “moralità del dovere”»

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