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    Le chiavi nel pozzo

    di Lorenzo Viani

    Il racconto della follia attraverso le storie dei «pazzi di Magliano» che saranno poi raccontati da Mario Tobino, in una raccolta espressionista che si rivela un pezzo fondamentale, anche se poco frequentato, della letteratura italiana.

    Lorenzo Viani, nato a Viareggio nel 1882 e morto sul Lido di Ostia nel 1936, è stato un autentico genio dell’arte, un anarchico e uno scrittore di indubbio talento, esponente di punta dell’«espressionismo dialettale». Di tutti i suoi scritti, Le chiavi nel pozzo, pubblicato nel 1933, anomala raccolta di «impressioni» in chiave espressionista che raccontano il manicomio di Magliano, quello che sarà poi raccontato nel dopoguerra da un altro grande viareggino, Mario Tobino, rimane certamente la prova più alta e più «universale», con la sua coraggiosa discesa negli inferi del manicomio, con il suo calarsi in quell’ambiente di rivolta, per attentare, quasi fosse un Bianciardi ante litteram, alla morale borghese, alla letteratura e all’arte ufficiali.

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    Non piangete la mia morte

    di Bartolomeo Vanzetti

    Il 23 agosto 1927, alle ore 0.19, venne giustiziato sulla sedia elettrica Nicola Sacco. Alle 0.26 toccò a Bartolomeo Vanzetti. Due anarchici. Due italiani in un’America che temeva già il comunismo come uno dei peggiori mali di sempre. Ma la storia di Sacco e Vanzetti, accusati di aver preso parte ad una rapina uccidendo un cassiere e una guardia e uccisi sulla sedia elettrica nonostante le prove evidenti della loro innocenza, non si chiuse con la loro morte. La loro è una delle più note storie d’ingiustizia, che va oltre la cronaca per diventare qualcosa di molto più grande e simbolico. In questo volume sono raccolti gli scritti di Vanzetti: Una vita proletaria, una sorta di autobiografia, le Lettere ai familiariUltime parole ai giuridi, la requisitoria che fece ai giudici che di lì a poco lo avrebbero condannato a morte. Sono testi che ci parlano di un uomo, dei suoi amori, dei suoi affetti, delle sue debolezze, ma anche della sua ferma idealità politica. E anche del valore assoluto dell’anarchia, che nelle parole del pescivendolo piemontese che divenne simbolo del martirio contro il potere oppressivo si rivela nella sua essenza libertaria, umanitaria, solidale.

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    L’anarchia

    di Errico Malatesta

    A metà tra saggio, manifesto e narrazione, un testo che è stato la «bibbia» di intere generazioni di uomini affascinati dall’idea dell’anarchia.

    A cura di Tommaso Gurrieri

    C’è un fantasma che si aggira da quasi due secoli per il mondo, spaventando borghesi e comunisti, aristocratici e potenti, stati e comunità. È il fantasma dell’anarchia, un pensiero politico così semplice e così vicino all’essenza dell’essere umano da mettere in pericolo il potere e le sue regole. Al di là e oltre l’utopia insita in questo pensiero e gli aspetti storicamente anche violenti delle strategie anarco-insurrezionaliste, leggere oggi il pensiero di Errico Malatesta può essere il modo più essenziale e diretto per entrare nel cuore del pensiero anarchico e riscoprire un ideale umanista che riscaldato, in tempi meno grigi di quelli che stiamo vivendo, il cuore di tanti uomini che credevano nella libertà e nell’eguaglianza.

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    Guardami: sono nuda

    di Antonia Pozzi

    «Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia». Antonia Pozzi scrive queste riflessioni tra il 1925 e il 1927. È nata nel 1912, appena una ragazzina quindi. Eppure è questo senso di spossata malinconia, di vertigine di perdita, di repentina nostalgia che lei esplorerà fino alla sua morte, il 2 dicembre 1938, nuda e con troppe pillole ingoiate in un fosso gelato nella campagna intorno a Milano. In questa raccolta, curata da Ernestina Pellegrini, docente di italianistica dell’Università di Firenze e curatrice del Meridiano Mondadori dedicato a Claudio Magris, è contenuto il corpus maggiore delle sue poesie, dalle quali emergono un’esacerbata sensibilità e una profondità di autoanalisi davvero sorprendenti.

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    I venditori di Milano

    di Ottiero Ottieri

    Una commedia presentata a Milano nel 1960 e da allora introvabile, che viene riproposta oggi per riportare alla meritata attenzione uno degli autori fondamentali del Novecento Italiano. Tra sarcasmo e descrizione sociale, Ottieri tesse un dialogo tagliente, anticipando di molto anni temi che sarebbero divenuti centrali solo in tempi recenti

    A cura di Luca Scarlini

    Ottiero Ottieri (1924-2002) inizia le sue attività letterarie all’università di Roma traducendo opere del teatro elisabettiano. La passione per il dialogo, per la rappresentazione corale, come si dà in uno dei romanzi maggiori, I divini mondani, ritratto di un jet-set in fuga da se stesso, lascia poi lo spazio nei testi estremi, come il poemetto Il palazzo e il pazzo, a una ricerca che si fa decisamente monologante. I venditori di Milano è una commedia in tre atti rappresentata al Teatro Girolamo di Milano nel marzo 1960, per la regia di Virginio Puecher, protagonisti Mario Mariani, Mario Maranzana e Anna Nogara. Accolto favorevolmente dalla stampa, il testo viene edito da Einaudi nello stesso anno e mai riproposto fino ad oggi. La commedia fa parte del periodo “industriale” dell’autore: il tempo in cui parla di fabbriche e di automazione, a partire anche dalla sua esperienza alla Olivetti. In un’industria che produce frigoriferi si presentano le persone dell’ufficio marketing. Un mondo arido, in cui gli individui sembrano talvolta macchine, visto che tutti cercano a ogni costo di attenersi a una vera e propria oggettività obbligatoria. Lo scrittore guarda il mondo al microscopio, cogliendo i minimi scarti di un sistema apparentemente immobile e invece pieno di sorprese. Il protagonista, Davoli, alienato e robotico, infine si ribella e decide di fuggire verso un nuovo conformismo forse anche peggiore, diventando presentatore televisivo.

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    Fiabe

    di Antonio Gramsci

    Il lato più dolce e meno noto di uno dei pensatori più importanti del Novecento

    Un libro che è ormai diventato indispensabile per comprendere nella sua interezza e complessità il pensiero di uno dei più importanti filosofi e uomini politici del Novecento. In questo volume, introdotto da un breve ma esauriente excursus storico-politico, viene proposta l’integrale produzione di Gramsci per l’infanzia, e in particolare le raccolte pubblicate postume con i titoli L’albero del riccio e Favole di libertà, che contengono le traduzioni che Gramsci fece per i figli delle fiabe dei fratelli Grimm, e ancora gli Apologhi e Raccontini torinesi e i Raccontini di Ghilarza e del carcere. Quello che emerge è un Gramsci diverso, con una lucida e fermissima capacità pedagogica di trasmettere i valori in cui credeva e per i quali aveva combattuto tutta la vita, ma anche capace di una dolcezza e una tenerezza infinite.

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