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    Léopold Sédar Senghor

    di Massimo Luconi

    «La poesia ha perso uno dei suoi maestri, il Senegal un uomo di Stato, l’Africa un visionario e la Francia un amico» Jacques Chirac, alla morte di Senghor

    La vera cultura è mettere radici nella terra natia. Ma è anche sradicarsi, cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi apporti delle civiltà straniere.

    Per Senghor il contatto con la terra ancestrale non è stato mai interrotto; il ritorno alle radici non fu, come per altri intellettuali africani, uno strappo doloroso da altre radici, una lacerazione sanguinante, ma uno dei poli di un’armoniosa vita interiore, risolta in una sintesi mirabile fra due civiltà. La via africana al socialismo ricercata in un ventennio di presidenza del Senegal, e inserita in un’idea evangelica di civiltà dell’universale, può sembrare oramai un progetto datato e astratto. Tuttavia la sua visione poetica del riscatto africano, il concetto di un umanesimo pacifico, nel quale ogni popolo può dare il meglio di sé, è un’utopia che è interessante ripercorrere proprio alla luce dei conflitti che dilaniano l’Africa di oggi.

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    Rimescolando

    di Paola Sansone

    Versi beffardi, dissacranti. Epigrammi autoironici, dinamitardi. Spesso brevissimi. Ma nel gioco delle rime che scandiscono le poesie di Paola Sansone, quello che colpisce è l’uso del genere comico, che ricorda le smorfie dei clown, buffo e tragico, nel contempo, usato come antidoto ai problemi quotidiani. Capita sovente che chi legge queste poesie abbia voglia poi di leggerle a voce alta a qualcuno. Perché? Questo è un mistero racchiuso forse nei tanti autoritratti presenti nel libro. Come quello, in cui l’autrice scrive di se stessa: «Chiudermi in casa / a stirare camicie/ poco mi gasa / niente mi dice».

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    Guardami: sono nuda

    di Antonia Pozzi

    «Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia». Antonia Pozzi scrive queste riflessioni tra il 1925 e il 1927. È nata nel 1912, appena una ragazzina quindi. Eppure è questo senso di spossata malinconia, di vertigine di perdita, di repentina nostalgia che lei esplorerà fino alla sua morte, il 2 dicembre 1938, nuda e con troppe pillole ingoiate in un fosso gelato nella campagna intorno a Milano. In questa raccolta, curata da Ernestina Pellegrini, docente di italianistica dell’Università di Firenze e curatrice del Meridiano Mondadori dedicato a Claudio Magris, è contenuto il corpus maggiore delle sue poesie, dalle quali emergono un’esacerbata sensibilità e una profondità di autoanalisi davvero sorprendenti.

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