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    Gian Maria Volonté

    a cura di Giovanni Savastano

    «Fare l’attore per me è stata una scelta esistenziale. Sentivo la necessità di raccontare agli altri un po’ di verità»

    Gian Maria Volonté non è un attore come gli altri. Che incarni figure storiche antiche e recenti o identità frutto della creatività degli autori o della sua stessa inventiva, le sue metamorfosi, per lo spettatore, non si concretizzano in una semplice partecipazione estetica, ma in una vera e propria profonda esperienza emotiva interiore. Alfiere coraggioso del cinema politico in un’epoca di grandi conflitti sociali, Volonté ha percorso la sua strada accompagnato da uno stuolo di registi che, insieme a lui, hanno reso grande la cinematografia italiana in patria e all’estero. Il suo approccio alla recitazione è simile a quello dello scultore che, di fronte al marmo informe, ha un solo modo per dargli identità: «scordarsi di sé» e farsi marmo egli stesso. Egli non si cala nel personaggio, lo diventa. Anzi, lo è. Nella recitazione, trova quindi una nuova forma del suo essere. Recito, dunque sono. In questo appassionato saggio biografico si narra la sua avventura professionale ed esistenziale attraverso notizie rare sepolte negli archivi, la completa filmografia, testimonianze esclusive delle persone che lo hanno conosciuto e amato, sue stesse dichiarazioni, un elenco narrato dei progetti mai avveratisi, e infine numerose immagini in gran parte inedite.

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    Alterazioni

    di Aa. Vv.

    A cura di Elisabetta Meccariello. Prefazione di Roberto Incerti. Con i contributi di Silvano Panichi, Rodrigo Garcia, Massimiliano Civica, John Jesurun, Mimma Gallina, Branko Brezovec

    Tutto nasce da un bisogno, un’urgenza. Fare teatro dipende necessariamente da queste condizioni. Senza passione, senza un desiderio, il teatro non può esistere. Ci sono tanti modi di fare teatro, la differenza sostanziale tra stare sul palco e trasformare quel sogno in un progetto tangibile sta nel porsi le giuste domande. Non solo perché faccio teatro, ma per chi (cit. M. Civica). Focalizzare il “tu” di riferimento è lo strumento per definire la propria identità e individuare contenuti e mezzi di ciò che s’intende comunicare. Ma per parlare di impresa culturale è fondamentale introdurre ulteriori elementi, dinamiche, meccanismi.
    Cosa vuol dire? Come si costituisce? Cosa deve fare una giovane realtà teatrale per consolidare una visione artistica in occasione di lavoro?
    Questo volume è una riflessione sull’esperienza della Compagnia Laboratorio Nove, oggi AttoDue, un percorso di trent’anni segnato da incontri, confronti, cambi di direzione. Qual è l’origine della Compagnia, come si è evoluta e ha affrontato le crisi, cosa ha assimilato da autori, interpreti e registi, come si è posta di fronte ai cambiamenti? Quello che emerge è proprio un’idea di possibile impresa culturale, un modello improntato sulla fluidità, sull’apertura all’altro, sulla capacità di mutare in base al vissuto, è un modello che impara, cresce, ingloba i contributi esterni, elabora un metodo, ascolta il tempo in cui vive. Forse, un esempio per nuove generazioni di amanti del teatro.

     

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    Luca Ronconi

    di Massimo Luconi

    Nuovo capitolo della ormai essenziale Enciclopedia del Novecento della collana Sorbonne, questo libro racconta con una visione del tutto personale il regista di alcuni degli spettacoli teatrali più importanti della storia del teatro italiano, raccogliendo anche pensieri, aneddoti e immagini che ne restituiscono tutta la complessità.

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    Samuel Beckett

    di Giancarlo Cauteruccio

    «Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio»

    Per incontrare Beckett bisogna trovarsi al cospetto del vuoto, così come a me è successo, proprio quando la mia opera si era caricata di eccessi visuali, di troppo rumore, di incessanti e frenetiche azioni ed ero alla ricerca di una via d’uscita. Con Beckett si incontra – come io ho incontrato – un vero maestro, capace di condurre nella qualità del buio, del vuoto, dell’assenza, dell’immobilità, dell’attesa e nella consapevolezza del fallimento. È così che riusciamo ad accostarci al destino della nostra esistenza e guardare con la lente di ingrandimento nei luoghi reconditi del nostro corpo, un corpo che siamo chiamati a trascinare nel mondo così come nella scena.

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    Carmelo Bene

    di Fabrizio Parrini

    «Ormai il pubblico a teatro applaude soltanto per pietà, nella giusta convinzione che, con un po’ di prove, quelli in platea farebbero meglio di quelli in scena»

    Il teatro del mondo è cambiato per sempre dopo Carmelo Bene. Esiste un teatro prima e dopo di lui. E un altro teatro che ne è stato contaminato per sempre. Bene è un autore violento, devastante e cupo che lavora sulla mancanza, sul disertare, sull’intensità senza scampo, un autore che non ha niente di energetico e di rivoluzionario nel senso di chi crede in un cambiamento della società e ipotizza per il teatro un destino migliore. Bene è contro ogni potere e contro ogni concetto di speranza. Dovunque e comunque. Carmelo Bene si situa davvero fuori dalla storia, dall’ordine rassicurante del pensiero ordinario. E per lui non rimane che un nulla inorganico che ci fa sprofondare senza pietà e senza scampo nel punto centrale dell’anima.

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    E’ ai vinti che va il suo amore

    di Armando Punzo

    Prefazione di Massimo Marino

    Sarebbe da non crederci, se non fosse tutto vero: c’è chi fa di tutto pur di entrare in carcere. No, non è uno scherzo: è la pura verità. Accade in Italia, a Volterra per la precisione, città toscana le cui origini affondano nell’epoca etrusca. È qui che l’impossibile si fa realtà. Tutto merito della Compagnia della Fortezza, compagnia
    teatrale dei detenuti attori della Casa di Reclusione di Volterra e della lucida «follia» del regista e drammaturgo Armando Punzo, fondatore della compagnia e ancora oggi al timone di questo incredibile gruppo. Venticinque anni fa Punzo ha concepito e battezzato una rivoluzione culturale e sociale: trasformare il carcere in luogo di cultura, e ancora oggi la cavalca senza scendere a patti o a compromessi, fermamente intenzionato a non lasciarsi distrarre da chi è incapace di andare oltre quello che vede con gli occhi e a non lasciarsi tentare da strade più facili. Senza mai accontentarsi di quello già fatto, senza badare a premi e riconoscimenti, senza cedere alle lusinghe, il carcere di Volterra è rimasta la sua casa, per quello che è un esilio volontario, un ergastolo voluto, una scelta di vita. Con tutte le sue energie, sta oggi lavorando per realizzare un sogno: creare il primo Teatro Stabile al mondo in un carcere. Sogno e necessità, lucida follia e concretizzazione di un’altra impossibilità: quello che da sempre ha segnato la storia di Armando Punzo.

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