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J.M. Barrie

di Giovanna Mochi

La figura di J.M. Barrie è tra le più controverse degli scorsi secoli: autore di una delle più magiche e straordinarie fiabe per bambini, Peter Pan, la vita del drammaturgo è costellata da scandali e punti interrogativi. Questo libro tenta di far luce sulle zone d’ombra attraverso le parole dell’autore e di quanti hanno incrociato il suo cammino.

Peter Pan, il ragazzo che non voleva, o non sapeva, crescere, nasce nella indefinita mobilità della scena teatrale, e in quella figuretta ibrida dall’identità confusa, né tutta umana né tutta fantastica, né maschio né femmina, né bambino né adulto, né comico né tragico, ma tutto questo insieme. La scrittura di Barrie comincia molto presto a rintracciare e registrare le origini di un nodo tematico e di una ossessione personale – la incapacità/impossibilità di superare l’infanzia – che attraversa tutta la sua vita e la sua opera, da molto prima di Peter Pan fino a molto dopo, e agli ultimi scritti. Ed è questo che viene totalmente rimosso dall’addomesticamento del personaggio di Barrie: la sua dimensione anche tragica, ma soprattutto la sua natura ibrida e liminale di «creatura di mezzo» che abita inquieta spazi fluidi e di confine – e si muove a disagio nello spazio ambiguo del tra: tra piccolo umano e uccello, bambino e adulto, desiderio e frustrazione, realtà e fantasia, vita e morte. Tra Peter e Pan, perché anche il suo nome è un ibrido: Peter il bambino vittoriano (e di sempre) ingabbiato nel suo potenziale di desideri e nella fatica di crescere, e Pan, il dio pagano della natura e dell’Eros, il demone fallico dal piede di capra che suona invasato il suo flauto facendo impazzire in un sabba la danza delle fate.

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