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    François Truffaut

    di Gabriele Rizza

    «Faccio dei film per realizzare i miei sogni d’adolescente, per farmi del bene e possibilmente fare del bene agli altri».

    Quando, nel 1959, sugli schermi dei cinema di Parigi uscì il primo lungometraggio del suo amico e collaboratore François Truffaut, Jean-Luc Godard, appena assurto al rango di leader della Nouvelle Vague dopo l’uscita del suo à bout de souffle, dichiarò: «I quattrocento colpi sarà il film più libero del mondo, moralmente parlando, e anche esteticamente. Sarà un film firmato Franchezza, Rapidità, Arte, Originalità, Impertinenza, Serio, Tragico, Raffreddamento, Ubu Re, Fantastico, Feroce, Amicizia, Universalità, Tenerezza». Nasceva in quel momento uno dei più grandi, sensibili, influenti registi del cinema di tutti i tempi. Un uomo che con le sue storie, il suo linguaggio, il suo amore, avrebbe commosso e coinvolto donne e uomini del nostro mondo per tutti gli anni a venire. Truffaut ha raccontato gli esseri umani e le loro derive con la generosità e l’audacia di un bambino, ma sempre guidato dall’inapparente grandezza dell’autentico genio.

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    Giuseppe Di Vittorio

    di Maurizio Landini

    «Noi siamo certi che la grande maggioranza degli italiani ci aiuterà a compiere lo sforzo necessario per risollevare il Paese dalla povertà. Ecco la funzione sociale per i ricchi: si facciano un merito una volta tanto. Ma poiché si tratta di darsi un merito si possono obbligare a conquistarlo»

    Nella polemica con le organizzazioni padronali sulla sua proposta di Statuto dei diritti dei cittadini lavoratori, Di Vittorio sottolinea continuamente che «anche nelle aziende i lavoratori sono liberi cittadini». È un’affermazione civica e politica – nel senso dei diritti fondamentali che la Repubblica deve garantire a tutti ovunque – ma è anche un’importante chiave di lettura sindacale sul ruolo del lavoro nella società: sostiene che il lavoratore rimane un cittadino anche in fabbrica perché la sua natura umana non si esaurisce nella prestazione lavorativa: afferma che l’operaio, il tecnico, l’impiegato sono qualcosa di più della mansione cui sono assegnati e per questo pretendono i loro diritti di «cittadinanza».

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    Pina Bausch

    di Leonetta Bentivoglio

    «Balla, balla, altrimenti siamo perduti»

    Si può dire, senza rischio di esagerare, che nella geografia delle arti contemporanee esista un prima e un dopo Pina Bausch: con la sua originale «poesia del mondo», quest’autrice fuori dal tempo e dalle mode (dal ruolo d’iconoclasta finì per approdare, nel nuovo millennio, a quello di consacrata regista-coreografa), ha terremotato il panorama delle arti dal vivo. Non solo ha affrancato il balletto dalle seduzioni dell’apparenza, restituendo al corpo un’inedita «loquacità esistenziale», nel senso di facoltà d’indagare i paesaggi più profondi e oscuri dell’essere; ma ha identificato, al di là della danza (il discorso riguarda, più in generale, l’essere in scena davanti agli altri), una zona di comunicazione in grado di toccare nuclei di ricettività presenti in ciascuno di noi e comprensibili in ogni latitudine del globo, a prescindere da consuetudini culturali.

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    Moana Pozzi

    di Pippo Russo

    «Ma cosa ci fa una ragazza così bella nel mondo del porno?». Non sapevamo ancora di non poter avere altra Moana all’infuori di lei, però imparammo subito l’unicità del nome. E la possibilità di scandirlo rotondamente, imitando la dolce ossessione dell’Humbert Humbert di Vladimir Nabokov: «Mo-a-na», come «Lo-li-ta». Il cerchio perfetto delle sillabe a trasformarsi nel loop d’una nuova devozione.

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    Louis-Ferdinand Céline

    di Stefano Lanuzza

    «I miei libri sono stile, nient’altro che stile. Questa è l’unica cosa per cui scrivere»

    Ci sono scrittori che non si fanno omologare e la cui opera, non subordinata a nessuno schieramento né incasellabile in rigide norme morali, è fraintesa e perfino strumentalizzata. In tal senso, resta esemplare il caso di Louis-Ferdinand Céline, preda da un lato di oltranzistiche vestali e dall’altro di fermi denigratori. È forse questo il principale motivo e l’inaccettabile limite per cui Céline è noto per le sue provocatorie posizioni culturali e politiche e assai meno per il suo personalissimo stile letterario, da lui sempre rivendicato come il principale e forse unico faro del suo lavoro (e della sua vita). Irregolare, outsider, atipico, anomalo, non conforme…: in fondo non c’è modo d’incasellare l’uomo libero Céline, uno scrittore fondamentale per la letteratura del Novecento.

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    John Fante

    di Marco Vichi

    «Dostoevskij mi cambiò. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.»

    Fante è uno scrittore così come Pelé è un calciatore. La natura lo ha dotato di spire cerebrali con una esatta forma, «arrotolate» in un determinato modo, create appositamente per trasformare la vita in scrittura. Certo, anche la sua vita, la sua esperienza, le sue letture, hanno contribuito a dare forza alla sua parola, ma all’origine deve esserci qualcosa di «congenito», che oltretutto gli ha permesso di recepire gli eventi dell’esistenza – quelli non voluti e quelli cercati – in quel determinato modo e non in un altro. Il classico cane che si morde la coda, o meglio una dialettica continua tra ciò che si è, ciò che ci capita e ciò che si sceglie. Insomma si avverte, negli scrittori come Fante, una naturalezza del narrare che non è certamente possibile imparare a tavolino. Il fatto è che quei «certi scrittori» non si affidano a meccanismi narrativi spettacolari, a storie sorprendenti, a colpi di scena inimmaginabili, ma semplicemente alla parola, alla loro parola. Per fare cosa? Per raccontare il mondo.

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