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    Munkey Diaries

    Jane Birkin

    La «Swinging London» degli anni Sessanta e la «Saint-Germain-des-Prés» degli anni Settanta nei ricordi annotati giorno per giorno da una delle più amate e raffinate icone artistiche e di bellezza di sempre

    Jane Birkin offre finalmente i propri diari segreti al suo fedele pubblico, rivelando senza retoriche o adattamenti una vicenda umana complicata, tragica e meravigliosa

    Le «confessioni» sincere, vere, piene di fragilità e d’amore, della musa di Serge Gainsbourg, attrice, cantante, regista, scrittrice, madre di Charlotte Gainsbourg e Lou Doillon

    «Ho cominciato a scrivere il mio diario a undici anni, rivolgendomi a Munkey, il mio confidente; questo scimmiotto di peluche vestito da fantino, mi è stato regalato da mio zio, vinto a una lotteria istantanea, ha dormito al mio fianco, diviso con me la malinconia del convitto, i letti d’ospedale e la mia vita con John, Serge, Jacques, è stato testimone di tutte le gioie e le tristezze. Davanti alla devastazione delle mie figlie, ho deposto Munkey accanto a Serge nella bara in cui giaceva, come un faraone. La mia scimmia per proteggerlo nell’aldilà. Rileggendo i miei diari, mi appare evidente che non si cambia. Quello che ero a dodici anni, lo sono ancora oggi. I diari sono necessariamente ingiusti, si scoprono le carte, ci si lamenta, ci sono versioni di tutto, ma qui, c’è solo la mia… Ho adottato il principio di non aggiustare niente, e, credetemi, avrei preferito avere reazioni più mature o assennate di quelle che ho avuto…». Jane Birkin ha finalmente aperto il suo cassetto segreto, rivelando a tutti i suoi diari, dove appare la sua anima più sincera, vera, fragile. Ripercorrere attraverso le sue parole questa complicata, tragica e meravigliosa vicenda umana, ci permette di vivere senza nessuna retorica, nessun adattamento, nessuna mediazione, un pezzo importante della storia della musica, del cinema, della moda e dell’arte dell’ultima parte del Novecento.

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    Little Boy

    Lawrence Ferlinghetti

    «Non sono memorie, le memorie sono per le signore vittoriane. Non è nemmeno un’autobiografia, è semplicemente un io immaginario, il tipo di libro che ho scritto per tutta la mia vita. Diciamo che è un romanzo sperimentale» – Lawrence Ferlinghetti

    Uno dei libri più attesi degli ultimi anni. Annunciato già da tempo, avvolto nel più fitto mistero, si candida a diventare una delle pietre miliari della letteratura americana, considerato anche lo spessore dell’autore, tra i padri della Beat Generation. Adottato dalla prestigiosa Doubleday, uno dei marchi editoriali Penguin-Random House, che lo ha fatto uscire il 29 marzo 2019, in occasione del centesimo compleanno dell’autore, è un memoir ma anche molto di più.
    I critici lo hanno definito «qualcosa di mai visto prima». Un’autobiografia-romanzo di stampo quasi joyciano, uno scritto visionario, filosofico, poetico, a cui Ferlinghetti, il vecchio e infinito poeta americano, il testimone più eccelso della Beat Generation, della Summer of Love e della rivoluzione hippy, ha lavorato per quasi tutta la vita. Il suo «romanzo d’addio» dopo tante esitazioni e numerose riscritture. L’edizione italiana, tradotta dalla sua fedele collaboratrice, è stata seguita direttamente dall’autore, che ha anche offerto un «saluto» ai lettori del paese di origine della sua famiglia.

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    Stalin

    Pilade Cantini, Guido Carpi e Virginia Pili

    «Non si può fare una rivoluzione portando i guanti di seta».

    Un cantastorie incontra due slavisti e si mettono a ragionare di Giuseppe Stalin, della sua vita e della sua leggenda. Perché si parla ancora di lui a oltre mezzo secolo dalla sua morte e a quasi un trentennio dalla fine dell’esperienza sovietica? Ne nasce un libro ben documentato ma allegramente informale, leggero come una nuvola e pesante come l’acciaio. Contraddittorio. Perché Stalin, il principale protagonista della sconfitta del Nazismo, era un minotauro o una cipolla?

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    Marina Cvetaeva

    Lidia Castellani

    «Alla mia povera fragilità guardi senza sprecar parole. Tu sei di pietra, ma io canto. Tu sei un monumento, ma io volo».

    Esiliata dal suo Paese, incapace di appartenere al mondo, Marina Cvetaeva trova nella purezza della parola una connessione diretta con l’essenza delle «cose», con lo spirito più profondo dell’esistenza. I suoi versi sono il carburante che alimenta l’incendio perenne che le consente di vivere nell’unico Paese per lei possibile: quello dell’anima! Poesia, amore e vita sono per lei sullo stesso piano e non hanno confini. Con addosso il suo unico vestito marrone, Marina Cvetaeva va incontro all’altro (uomo o donna che sia) come fosse nuda e chiede un amore smisurato, possibilmente disincarnato, pretende di essere riconosciuta nella sua straordinaria unicità, esige l’incanto. E l’incanto arriva sotto forma di un triangolo amoroso costruito sull’assenza dei corpi che attraverso un epistolario memorabile la lega per sempre al poeta moscovita Boris Pasternak e a quello boemo Rainer Maria Rilke. Tutto il resto è delusione, materiale poetico per esprimere la condanna di chi non appartiene al presente, e in ogni persona sta stretto come in ogni sentimento. Affamata di vita, Marina Cvetaeva non è fatta per la vita, e a un certo punto si arrende andando a occupare il gradino più alto nell’olimpo di una generazione che ha distrutto tutti i suoi poeti.

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    Franco Battiato

    di David Nieri

    «Poteva sembrare che fossi un compositore con tutt’altre mire, sganciato dalla musica leggera (e in qualche modo lo sono rimasto), ma la verità è che io sono stato creato, se così posso dire, soprattutto per fare canzoni».

    Fosse nato due secoli prima, Franco Battiato sarebbe stato un compositore classico. Oppure un filosofo. Oppure entrambi. E forse neanche questo gli sarebbe bastato. Definirlo «cantautore» è assolutamente limitativo. Perché l’artista siciliano, uno dei più rappresentativi del panorama musicale italiano, resta una voce fuori dal coro, non etichettabile né inquadrabile in una categoria precisa. Dai primi esperimenti pop al progressive sperimentale degli anni Settanta, passando attraverso gli Ottanta con album indimenticabili, fino alle collaborazioni eccellenti e la ricerca filosofica e letteraria degli ultimi anni, Battiato ha lasciato un segno indelebile nella cultura del nostro Paese.

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    Pietro Mennea

    Pippo Russo

    «Io devo prendermela con qualcuno per ottenere risultati. Quasi tutti i miei record sono venuti dopo grosse arrabbiature»

    12 settembre 1979, Città del Messico. Un italiano tutto nervi e sudore realizza il record mondiale dei 200 metri, che resisterà per diciassette anni, fino al 1996. L’anno dopo, alle Olimpiadi di Mosca, quell’italiano si aggiudica anche la medaglia d’oro sulla stessa lunghezza. Ma Pietro Mennea è stato molto più che un atleta e lo è stato fino alla sua prematura scomparsa, nel 2013. Pippo Russo, esperto sociologo e giornalista sportivo, autore per Clichy dei volumi Sorbonne dedicati al calciatore Socrates e all’attrice Moana Pozzi, ce ne racconta i diversi aspetti umani e sportivi e il ruolo nella cultura di massa del nostro paese.

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