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    Marina Cvetaeva

    Lidia Castellani

    «Alla mia povera fragilità guardi senza sprecar parole. Tu sei di pietra, ma io canto. Tu sei un monumento, ma io volo».

    Esiliata dal suo Paese, incapace di appartenere al mondo, Marina Cvetaeva trova nella purezza della parola una connessione diretta con l’essenza delle «cose», con lo spirito più profondo dell’esistenza. I suoi versi sono il carburante che alimenta l’incendio perenne che le consente di vivere nell’unico Paese per lei possibile: quello dell’anima! Poesia, amore e vita sono per lei sullo stesso piano e non hanno confini. Con addosso il suo unico vestito marrone, Marina Cvetaeva va incontro all’altro (uomo o donna che sia) come fosse nuda e chiede un amore smisurato, possibilmente disincarnato, pretende di essere riconosciuta nella sua straordinaria unicità, esige l’incanto. E l’incanto arriva sotto forma di un triangolo amoroso costruito sull’assenza dei corpi che attraverso un epistolario memorabile la lega per sempre al poeta moscovita Boris Pasternak e a quello boemo Rainer Maria Rilke. Tutto il resto è delusione, materiale poetico per esprimere la condanna di chi non appartiene al presente, e in ogni persona sta stretto come in ogni sentimento. Affamata di vita, Marina Cvetaeva non è fatta per la vita, e a un certo punto si arrende andando a occupare il gradino più alto nell’olimpo di una generazione che ha distrutto tutti i suoi poeti.

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    Léopold Sédar Senghor

    di Massimo Luconi

    «La poesia ha perso uno dei suoi maestri, il Senegal un uomo di Stato, l’Africa un visionario e la Francia un amico» Jacques Chirac, alla morte di Senghor

    La vera cultura è mettere radici nella terra natia. Ma è anche sradicarsi, cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi apporti delle civiltà straniere.

    Per Senghor il contatto con la terra ancestrale non è stato mai interrotto; il ritorno alle radici non fu, come per altri intellettuali africani, uno strappo doloroso da altre radici, una lacerazione sanguinante, ma uno dei poli di un’armoniosa vita interiore, risolta in una sintesi mirabile fra due civiltà. La via africana al socialismo ricercata in un ventennio di presidenza del Senegal, e inserita in un’idea evangelica di civiltà dell’universale, può sembrare oramai un progetto datato e astratto. Tuttavia la sua visione poetica del riscatto africano, il concetto di un umanesimo pacifico, nel quale ogni popolo può dare il meglio di sé, è un’utopia che è interessante ripercorrere proprio alla luce dei conflitti che dilaniano l’Africa di oggi.

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    Sylvia Plath

    di Leonetta Bentivoglio

    «Non sopporto le cadute nel patetico. Niente patetismi, liberatene, decidi cosa fare e fallo»

    I molti tormenti biografici e lo spettacolare suicidio seguito alla fine del suo matrimonio hanno fatto di Sylvia Plath un vessillo del femminismo, relegandola in una gabbia ideologica che ne ha posto in ombra il valore di poeta. Ma è la sua poesia, profondamente oracolare e al di là del tempo, a sancirne il più autentico messaggio. In questo volume, arricchito da un’accurata cronologia, da una bibliografia su quanto pubblicato di lei e su di lei in italiano, da numerose immagini poco note e da una selezione di alcuni suoi testi e interventi, Leonetta Bentivoglio, scrittrice e giornalista di Repubblica, ma qui prima di tutto «amante» e sentimentalmente quasi «specchio» della dolente femminilità e dell’arte di Sylvia, ne delinea a suo modo il profilo.

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    Rimescolando

    di Paola Sansone

    Versi beffardi, dissacranti. Epigrammi autoironici, dinamitardi. Spesso brevissimi. Ma nel gioco delle rime che scandiscono le poesie di Paola Sansone, quello che colpisce è l’uso del genere comico, che ricorda le smorfie dei clown, buffo e tragico, nel contempo, usato come antidoto ai problemi quotidiani. Capita sovente che chi legge queste poesie abbia voglia poi di leggerle a voce alta a qualcuno. Perché? Questo è un mistero racchiuso forse nei tanti autoritratti presenti nel libro. Come quello, in cui l’autrice scrive di se stessa: «Chiudermi in casa / a stirare camicie/ poco mi gasa / niente mi dice».

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    Guardami: sono nuda

    di Antonia Pozzi

    «Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia». Antonia Pozzi scrive queste riflessioni tra il 1925 e il 1927. È nata nel 1912, appena una ragazzina quindi. Eppure è questo senso di spossata malinconia, di vertigine di perdita, di repentina nostalgia che lei esplorerà fino alla sua morte, il 2 dicembre 1938, nuda e con troppe pillole ingoiate in un fosso gelato nella campagna intorno a Milano. In questa raccolta, curata da Ernestina Pellegrini, docente di italianistica dell’Università di Firenze e curatrice del Meridiano Mondadori dedicato a Claudio Magris, è contenuto il corpus maggiore delle sue poesie, dalle quali emergono un’esacerbata sensibilità e una profondità di autoanalisi davvero sorprendenti.

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