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    Federico Fellini

    Giovanni Maria Rossi

    «Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio»

    Federico Fellini, tre Premi Oscar più uno alla carriera più un numero imprecisato di altri importantissimi riconoscimenti, è stato insieme a Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni e Bernardo Bertolucci, il più famoso regista italiano di sempre. Forse il più famoso di tutti, certamente uno dei più influenti, imitati, ammirati, venerati inventori di cinema. Quando se ne è andato, nel 1993, l’Italia intera è rimasta attonita, quasi sbalordita che un mago potesse morire. Perché Fellini aveva raccontato l’Italia, ma soprattutto aveva inventato dei mondi, aveva influenzato forse più di chiunque altro l’immaginario visivo e onirico, aveva scandalizzato, divertito, creato icone e parole diventate patrimonio del mondo, aveva ascoltato la voce della luna e ce l’aveva restituita intatta, con la sua curiosità di bambino di provincia, con una miracolosa, straordinaria, contagiosa magia.

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    Il libro dei libri proibiti

    The Books Fools Bunch

    «Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire» – M. Yourcenar, Memorie di Adriano

    Dai libri bruciati insieme ai loro autori nella Cina del III secolo avanti Cristo, fino a Ipazia, massacrata per la sua femminile saggezza. Dal libro sulla commedia di Aristotele ai volumi distrutti nel 642 nella biblioteca di Alessandria. Dal «falò delle vanità» promosso a Firenze nel 1497 da Girolamo Savonarola ai manoscritti Maya bruciati dalla Santa Inquisizione. Dall’Index Librorum Prohibitorum del 1559 alla condanna per oscenità del Marchese de Sade, fino ai «Bücherverbrennungen» dei nazisti, per arrivare a Lolita di Nabokov, ai Ragazzi di vita di Pasolini e perfino a Winnie Puh di Milne. E ancora Henry Miller, Jack Kerouac, Louis-Ferdinand Céline e molti altri autori, indicati nel tempo e nelle sue imprevedibili pieghe di volta in volta come «proibiti». Da sempre il potere considera i libri una delle armi più pericolose ed eversive per l’ordine costituito, per la morale, per il rispetto delle regole. La censura, ma anche semplicemente l’etica pubblica, la politica, e soprattutto la Chiesa e le varie dittature in ogni angolo del pianeta hanno deciso, o tentato di decidere, nel corso della storia cosa la gente doveva o non doveva leggere. Perché i libri sono la voce che costruisce la libertà degli esseri umani.

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    Microfictions

    Régis Jauffret

    Vincitore del Prix Goncourt del racconto

    «Tutta la vita in un solo libro» – Régis Jauffret

    «Un libro che induce dipendenza, come le droghe più insidiose» – La Croix

    «Lo sapevamo già, ma adesso è ufficiale: questo è il più grande scrittore vivente» – Le Magazine Littéraire

    «Mai come in questa “opera-monstre” la vita era stata descritta in modo così completo, forte, assoluto, nel sangue e nella carne viva degli esseri umani. Nemmeno il minimalismo di Raymond Carver era stato capace di arrivare a questa estrema verità» – Le Monde

    Cinquecento racconti, ognuno di sole due essenziali, travolgenti, spietate pagine, per raccontare gli esseri umani nelle loro più inconfessabili deviazioni e perversioni, nelle loro meravigliose bellezze, nei loro imprevedibili abissi, in tutte le loro inarrestabili derive, in tutto il loro inevitabile perdersi, mentire, fallire, risorgere, odiare, vendicarsi, uccidere, fuggire, ricordare e dimenticare, amare, volare, morire. Un libro che è come un veleno che piano piano ti entra dentro e inizia la sua lenta ma inesorabile opera di distruzione. Oppure come un antidoto che annienta subdolamente le comode certezze e le finte sicurezze che tutti ci siamo costruiti. Cinquecento vite raccontate nelle loro ferite. Alcune devastanti, definitive, totali e senza ritorno. Altre piccole, sul momento non troppo evidenti e all’apparenza risolvibili, ma che invece sappiamo daranno la direzione agli anni che arrivano dopo. Jauffret ci fa sentire – non capire: sentire, come una frustata – che ogni vita ne ha una di ferite, e che nessuno si può salvare da questa possibilità di deriva, che a volte è senza ritorno. Per questo Microfictions è un libro che parla di tutti noi. Considerato da critici e lettori una delle opere più importanti e influenti degli ultimi anni, tradotto in dodici lingue, pubblicato in Francia da Gallimard nel 2018, Microfictions è un’«opera-monstre», uno di quei libri che diventano imprescindibili, dei quali «si deve» parlare e che soprattutto «si deve» leggere, un’impresa letteraria e editoriale quasi folle che testimonia – se ancora ce ne fosse bisogno – come Régis Jauffret, forse ancor più dei grandissimi Emmanuel Carrère e Michel Houellebecq, sia ormai diventato «l’autore», che dalla Francia racconta al mondo i lati meno apparenti, meno accettabili, meno morali, quindi più veri dell’essere umano.

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    La fabbrica che non volle chiudere

    Domenico Guarino, Daniele Calosi

    Uno dei casi sindacali, sociali e politici più emblematici degli ultimi anni

    Un anno fa, con una disposizione improvvisa e inattesa, la multinazionale Bekaert decide di chiudere lo stabilimento di Figline Valdarno, in provincia di Firenze. Gli operai, insieme ai sindacati, scelgono di opporsi con forza a quella che viene subito percepita come una profonda ingiustizia. Ne nasce una vertenza emblematica dei rapporti di forza esistenti nel mondo del lavoro post-crisi, ma anche della capacità dei lavoratori di legarsi al territorio e di inventare forme nuove di opposizione e di protesta. Ottenendo anche significativi successi. Il libro, costruito intorno a una conversazione con il segretario della Fiom, Daniele Calosi, e alle testimonianze corali di quella moltitudine (operai, famiglie, istituzioni, semplici cittadini e personaggi famosi, come il cantante Sting), racconta la vicenda Bekaert come una moderna epopea, in cui piccoli David operai si oppongono ai Golia della globalizzazione e della logica mercantilista, sostenendo il primato dei diritti e della dignità del lavoro.

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    La ballata di Sant’Orsola

    Benedetto Ferrara

    Un libro amaro, acido, notturno, ma anche irrimediabilmente divertente, che mette insieme narrativa, inchiesta antropologica, storia, nostalgia e un disperato amore per gli esseri umani

    Scritto dal noto giornalista di «la Repubblica» che con il suo blog «Farfalle» è anche uno dei più seguiti e amati opinionisti del Web

    Tre ottuagenari ex frequentatori di un circolo del centro fiorentino, un personaggio dal nome improbabile che risolve ogni problema forte di una biografia surreale e il protagonista, ex barista del circolo del tempo che fu ed ex giornalista in cerca di identità che si arrabatta, aiutato dai quattro, nel cercare di risolvere casi che si trasformano in commedie dell’assurdo. Sullo sfondo la Firenze di oggi e quella degli anni Settanta, vissuta attraverso una storia parallela nata dal dialogo con una terapista seduta nella sua stanza ad ascoltare storie. Si ride, si riflette, ci si commuove, aspettando un colpo di scena che puntualmente arriverà. Ma forse non dove lo si sta aspettando. Sullo sfondo il monastero di Sant’Orsola, luogo dell’anima dove tutto ha inizio e dove tutto trova la strada per ricominciare.

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    Cartoline da Lesbo

    Allegra Salvini

    Una giovane operatrice racconta alcune delle mille storie «drammatiche o bellissime, atroci o piene di umanità» nelle quali si è imbattuta in una dimenticata periferia d’Europa

    Con una prefazione di Maria Cristina Carratù, giornalista di «la Repubblica»

    Dal marzo 2016, con l’accordo fra Unione Europa e Turchia per bloccare il flusso dei migranti, l’isola greca di Lesbo, di fronte alle coste turche, è il grande miraggio di chi cerca comunque di raggiungere il suolo europeo. Da meta turistica, l’isola si è così trasformata in una grande prigione a cielo aperto, un angolo buio d’Europa dove migliaia di richiedenti asilo sono bloccati e tenuti in condizioni disumane. Dalla storia del libraio iracheno Samer, a quella di Iman dall’Iran, passando per quelle di volontari e abitanti del luogo, Cartoline da Lesbo prova a restituire un volto e una storia a uomini e donne inghiottiti dalla cosiddetta «crisi dei migranti», che le politiche europee hanno ridotto soltanto a numeri.

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