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    Franco Battiato

    di David Nieri

    «Poteva sembrare che fossi un compositore con tutt’altre mire, sganciato dalla musica leggera (e in qualche modo lo sono rimasto), ma la verità è che io sono stato creato, se così posso dire, soprattutto per fare canzoni».

    Fosse nato due secoli prima, Franco Battiato sarebbe stato un compositore classico. Oppure un filosofo. Oppure entrambi. E forse neanche questo gli sarebbe bastato. Definirlo «cantautore» è assolutamente limitativo. Perché l’artista siciliano, uno dei più rappresentativi del panorama musicale italiano, resta una voce fuori dal coro, non etichettabile né inquadrabile in una categoria precisa. Dai primi esperimenti pop al progressive sperimentale degli anni Settanta, passando attraverso gli Ottanta con album indimenticabili, fino alle collaborazioni eccellenti e la ricerca filosofica e letteraria degli ultimi anni, Battiato ha lasciato un segno indelebile nella cultura del nostro Paese.

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    Pietro Mennea

    Pippo Russo

    «Io devo prendermela con qualcuno per ottenere risultati. Quasi tutti i miei record sono venuti dopo grosse arrabbiature»

    12 settembre 1979, Città del Messico. Un italiano tutto nervi e sudore realizza il record mondiale dei 200 metri, che resisterà per diciassette anni, fino al 1996. L’anno dopo, alle Olimpiadi di Mosca, quell’italiano si aggiudica anche la medaglia d’oro sulla stessa lunghezza. Ma Pietro Mennea è stato molto più che un atleta e lo è stato fino alla sua prematura scomparsa, nel 2013. Pippo Russo, esperto sociologo e giornalista sportivo, autore per Clichy dei volumi Sorbonne dedicati al calciatore Socrates e all’attrice Moana Pozzi, ce ne racconta i diversi aspetti umani e sportivi e il ruolo nella cultura di massa del nostro paese.

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    Fabrizio De André

    a cura di Tommaso Gurrieri

    Esattamente venti anni dopo quel maledetto 11 gennaio 1999 che ci ha portato via Fabrizio De André, questo nuovo volume della nostra piccola «Enciclopedia del Novecento» offre a chi lo ha sempre amato e a chi ancora non lo conosce bene una lettura originale e poco consueta della voce forse più celebre della canzone d’autore italiana.

    Non è certo necessario spiegare chi è stato Fabrizio De André, un uomo e una voce che fanno parte della nostra storia e del nostro immaginario. Il tentativo di questo volume, che esce per celebrare con immenso affetto i vent’anni dalla sua prematura e tragica scomparsa, è quello di offrire una lettura della sua opera meno consueta di quella ormai abusata di «poeta degli ultimi» o di «cantore dei sofferenti». Una lettura forse meno «corretta» ma non meno appassionata, che cerca di metterne in evidenza anche i limiti umani, per raccontare però soprattutto la grandezza anarchica della sua visione davvero libera del mondo e soprattutto la sua pietà, quella rara attitudine umana che gli ha consentito di essere «accanto» a tutti gli esseri umani, anche quelli caduti e persi.

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    Gian Maria Volonté

    a cura di Giovanni Savastano

    «Fare l’attore per me è stata una scelta esistenziale. Sentivo la necessità di raccontare agli altri un po’ di verità»

    Gian Maria Volonté non è un attore come gli altri. Che incarni figure storiche antiche e recenti o identità frutto della creatività degli autori o della sua stessa inventiva, le sue metamorfosi, per lo spettatore, non si concretizzano in una semplice partecipazione estetica, ma in una vera e propria profonda esperienza emotiva interiore. Alfiere coraggioso del cinema politico in un’epoca di grandi conflitti sociali, Volonté ha percorso la sua strada accompagnato da uno stuolo di registi che, insieme a lui, hanno reso grande la cinematografia italiana in patria e all’estero. Il suo approccio alla recitazione è simile a quello dello scultore che, di fronte al marmo informe, ha un solo modo per dargli identità: «scordarsi di sé» e farsi marmo egli stesso. Egli non si cala nel personaggio, lo diventa. Anzi, lo è. Nella recitazione, trova quindi una nuova forma del suo essere. Recito, dunque sono. In questo appassionato saggio biografico si narra la sua avventura professionale ed esistenziale attraverso notizie rare sepolte negli archivi, la completa filmografia, testimonianze esclusive delle persone che lo hanno conosciuto e amato, sue stesse dichiarazioni, un elenco narrato dei progetti mai avveratisi, e infine numerose immagini in gran parte inedite.

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    Zygmunt Bauman

    di Giovanna Ceccatelli

    «Il principale motivo di ansia dei tempi moderni collegato all’identità era la preoccupazione riguardo alla durabilità, oggi riguarda invece la possibilità di evitare ogni impegno. La modernità è costruita in acciaio e cemento. La postmodernità in plastica biodegradabile»

    Bauman nasce nel 1925 in una famiglia ebrea, che nel 1939 fugge in URSS scappando dalle truppe tedesche. Diventa comunista e, dopo la guerra, decide di iniziare a studiare sociologia. Negli anni Settanta si trasferisce in Inghilterra per insegnare, e vi rimarrà tutta la vita. Nei suoi studi si occupa della dialettica tra modernità e totalitarismo e nell’indagare il passaggio alla società post-moderna conia il concetto di «società liquida», per il quale è noto in tutto il mondo. Queste pagine ci raccontano di un uomo che si fa consumatore, perdendo i punti di riferimento e sentendosi costantemente in dovere di standardizzarsi per essere accettato: nella società liquida, anche l’essere umano diventa merce.

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    Jack Kerouac

    a cura di Paolo Ciampi

    «La strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. Una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi»

    Può ancora un viaggio compiuto settant’anni fa emozionare e ispirare i viaggi dei nostri giorni? Cosa rimane di Jack Kerouac e degli altri della Beat Generation a chi ha letto On the Road da ragazzo, magari sognando viaggi in autostop, con qualche libro di poesia dentro lo zaino? E soprattutto cosa può rappresentare tutto questo per chi ha oggi vent’anni? È a domande come queste che cerca di rispondere Paolo Ciampi, giornalista e scrittore appassionato di quei viaggi che sono anche esperienze interiori e sfide esistenziali. Siamo lontani dal 1947, l’anno in cui Jack per la prima volta si diresse verso l’Ovest. Eppure c’è ancora bisogno della sua lezione di libertà e anticonformismo.

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